Leggi i primi due capitoli di "Inverni e primavere"

 






Capitolo 1 - 8 gennaio 1996


La sveglia suonò con insistenza. Il suo “bip, bip, bip” lo risvegliò da un sogno che cominciava già a scivolargli fuori dalla testa. C’erano degli alberi, un fiume, un argine fangoso. Con un gesto della mano la spense e rimase a guardare il soffitto con la trapunta tirata fin sotto al mento. Sul muro ai piedi del letto, le fessure della tapparella che non si chiudeva mai del tutto disegnavano piccoli rettangoli di luce sui libri ordinati sulle mensole.

Si rese conto d’improvviso che era lunedì, la scuola ricominciava dopo le vacanze di Natale che si erano concluse il giorno prima con la sua festa di compleanno.

Papà aveva fatto le cose per bene: aveva ordinato la torta che era rimasta in frigo da venerdì, quella con le fragole, la sua preferita. Aveva tolto gli addobbi natalizi il sabato e comprato palloncini colorati e festoni che aveva appeso in giro per il soggiorno. Davide l’aveva aiutato appendendone alcuni al soffitto, quella era la sua decorazione preferita. Papà aveva organizzato dei giochi, anche se ‒ come previsto ‒ tutti avrebbero preferito la playstation. Il pomeriggio era stato divertente. Al momento di soffiare le undici candeline aveva desiderato che la mamma fosse lì, anche se sapeva di desiderare l’impossibile.

Nella penombra della stanza si voltò sul fianco a fronteggiare il comodino dove la sua foto lo guardava con quel sorriso cristallizzato per sempre nella cornice di legno col bordino dorato. Il cappello di paglia a tesa larga sulla testa, la bocca grande aperta in eterno, quel neo quasi al centro della fronte, come un tilaka che non ha funzionato.

Davanti alla foto aveva appoggiato il regalo che gli aveva fatto papà: un quadernino blu a righe: «Per quei pensieri che non riesci o non vuoi dire, ma che vanno tirati fuori. Buon compleanno Paolo, papà.», aveva scritto sulla prima pagina con la penna blu nella sua scrittura disordinata.

Lo sentì armeggiare in cucina e si decise ad alzarsi. Tolse le coperte e poggiò i piedi sul pavimento, ebbe un brivido a contatto con il freddo del parquet. Infilò i calzini buttati a terra la sera prima e sollevò la tapparella. Con un gesto automatico aprì la finestra e guardò i tetti di Oderzo sotto al cielo grigio. L’aria fredda entrò nella stanza e si affrettò ad andare in bagno. Si pose di fronte al water per svuotare la vescica chiedendosi se avrebbe mai smesso di crescere. Se quel “coso” avrebbe mai smesso di crescere. Cominciava a dargli fastidio, a metterlo in imbarazzo.

Tirò lo sciacquone e si lavò le mani. Nello specchio la testa entrava appena. Guardò il suo riflesso mentre strofinava il sapone: il suo viso sottile con il mento a punta lo guardava con occhi assonnati. Il naso un po’ troppo grande si allungava come un monte sulla valle della bocca. Gli zigomi appuntiti portavano ancora i segni delle pieghe del cuscino. I capelli neri con la riga in mezzo gli arrivavano alle orecchie ed erano schiacciati sul lato sinistro creando un piccolo dosso che lui provò a schiacciare con le mani umide dopo averle sciacquate.

In cucina papà lo salutò con un sorriso. Paolo sedette ancora in pigiama e lui gli mise davanti una tazza di latte e cacao.

«Davide è già uscito?» chiese con voce roca.

«Sì. Anche io devo uscire presto oggi, devo andare a prendere Luciano che ha la macchina rotta.»

Paolo annuì.

«Tu te la cavi da solo?»

«Sì, papà. Ormai ho undici anni, so come andare a scuola da solo e so anche chiudere casa.»

«Vuoi delle fette biscottate con la marmellata?»

«No grazie, basta questo.» inzuppò un biscotto nel latte marroncino e lo portò alla bocca.

Matteo mise un sacchettino di carta sul tavolo: «Ti ho messo qualcosa per il pranzo.»

Paolo si guardò attorno nella cucina. I mobili di quel color verdino che andava tanto di moda negli anni Settanta e che lui odiava, il bancone bianco un po’ ingiallito. Papà aveva ripulito tutto dopo la festa e ora a ricordarla erano rimasti solo un paio di palloncini abbandonati a terra e una fetta di torta superstite nel frigo.

«Pa’, quand’è che compriamo una cucina nuova?» un pezzo di biscotto molliccio si staccò e ricadde nella tazza sollevando schizzi di latte e cacao che finirono sul tavolo e sul suo pigiama.

«Ci vorrà ancora qualche tempo ‒ si asciugò le mani e si diresse verso la porta ‒ non è così male, gli anni Settanta avevano un loro carattere. E poi… ‒ si interruppe come se si fosse quasi lasciato sfuggire un segreto ‒ Finisci di far colazione e preparati. Io sono già quasi in ritardo.»

Paolo rimase solo contemplando le maniglie in acciaio sulle ante verde mela scuro. Sapeva che la cucina l’aveva scelta la mamma quando erano entrati in quell’appartamento, forse era per quello che non voleva cambiarla. Eppure dopo vent’anni Paolo pensò che forse era il momento. Anche Davide lo diceva spesso.

Papà tornò in cucina quando la tazza era quasi vuota, aveva già la coppola in tweed di lana e il cappotto addosso, stringeva le chiavi in mano. Si avvicinò a Paolo e gli stropicciò i capelli: «Fai il bravo oggi.»

Paolo annuì tornando a sistemare i capelli con entrambe le mani, la fronte corrucciata. «Ciao papà.»

Papà uscì e lui rimase solo. Finì il latte col cacao e ripose la tazza nell’acquaio prima di tornare in camera. L’aria era diventata fredda e lui si affrettò a richiudere la finestra. Prese gli abiti dalla sedia vicino all’armadio saltellando per tenersi caldo e corse in bagno. Aveva scelto i pantaloni neri larghi che aveva scelto quando era andato con papà al centro commerciale perché lo facevano sentire un po’ più sicuro e la maglietta di Sonic che gli aveva regalato Mattia per il compleanno.

Dieci minuti dopo era pronto: il piumino chiuso, lo zaino sulle spalle, il berretto tirato fino alle orecchie che lasciava uscire solo le punte dei capelli neri come il carbone. Prese le chiavi dalla credenza in ingresso e uscì tirando la porta mentre faceva scattare la serratura.

Il freddo era tenace, ma a Paolo non dispiaceva quando era così bardato e coperto. Gli piaceva vedere le nuvolette di vapore che uscivano dalla bocca e camminare in quelle mattine silenziose per la città. Era un po’ in anticipo quindi decise di fare il giro di Piazza Grande e fermarsi qualche momento sull’argine del Monticano, in quel posto dove ‒ come gli raccontava sempre Davide ‒ la mamma amava portarli quando erano piccoli. Lo faceva soprattutto quando gli mancava in modo particolare, anche se poi finiva sempre per chiedersi se si poteva davvero sentire la mancanza di qualcuno che non si è mai conosciuto, di qualcosa che non si è mai avuto.

Avanzava con lo sguardo basso. Faceva sempre quel gioco per cui doveva evitare di mettere i piedi sulle linee del selciato. Attorno a lui Oderzo cominciava a svegliarsi e qualcuno entrava e usciva dal bar per un caffè, due chiacchiere e le notizie del giornale.

Giunse all’attraversamento pedonale. Di là dalla strada, dei gradini di cemento scendevano fino al fiume e si poteva accedere all’argine. Dopo essersi assicurato della mancanza di traffico, guardò di fronte a sé pronto a imboccare l’apertura della staccionata, ma lì, appoggiati alla ringhiera di legno c’erano dei ragazzi di terza media che conosceva solo di vista. Era troppo tardi per tornare indietro, quindi si limitò a svoltare a sinistra abbandonando l’idea dell’argine, con la speranza che lo lasciassero in pace. Notò subito come rivolgevano verso di lui la loro attenzione, perché con la coda dell’occhio vide uno dei tre indicarlo. Le loro voci gli giunsero nitide, mentre tutto il resto attorno a lui taceva, come se fosse entrato in uno spazio vuoto in cui c’erano solo loro: «Ehi Paolino… dove vai così di fretta?» disse uno.

«Paolino? Vorrai dire Paolone… Ehi mostro!» tutti e tre risero.

Paolo continuò ad avanzare lungo il marciapiede. “Ignorali.” si disse “Ignorali e basta.”

«Dai, reciòn… anche i nostri sono belli grandi. Li vuoi vedere?» ancora risate dietro di sé.

Paolo allungò il passo fin quasi a correre, ma gli altri tre lo raggiunsero e lo circondarono. Per cercare di deviare, mise il piede su una pozzanghera ghiacciata, questo slittò e lui perse l’equilibrio. In un attimo era finito con la faccia a terra, aveva colpito qualcosa di spigoloso, ma non seppe dire che cosa. I tre si allontanarono di corsa. Sentì la guancia sinistra bruciare. Si tirò su, ma rimase seduto. Qualcosa di caldo stava scorrendo lungo la guancia e aveva raggiunto il mento. Ci passò sopra la mano e si rese conto che era sangue. Non pianse. Rimase dov’era con il viso sporco. Il taglio non faceva male, ma il cuore sì.

Si lasciò trascinare da ciò che seguì senza quasi rendersene conto: una donna gli si avvicinò preoccupata. Non sapeva bene come, ma le aveva dato il numero di papà che era arrivato poco dopo nella sua Fiat Punto nera. Gli parve passato un attimo dal momento in cui sedeva sul freddo marciapiede a quando si trovò in macchina di papà con una maglietta consunta premuta sulla guancia.

«Che cosa è successo?» gli chiese.

«Sono scivolato sul ghiaccio.» rispose Paolo.

Matteo non sembrò convinto della risposta, ma non disse niente. Con il tessuto premuto sulla guancia Paolo guardava il paesaggio sfocato correre via fuori dal finestrino, gli occhi lucidi di umiliazione. Avrebbe voluto sparire.


Quel pomeriggio a casa da solo sedette alla scrivania. Sulla guancia una grande benda bianca copriva i punti di sutura che gli avevano messo in ospedale. Prese il quadernino blu e lo aperse alla prima pagina. In alto a destra scrisse la data: 8 gennaio 1996 e si fermò. Come si scrive un diario? Bisogna iniziare con “Caro diario”? “Ciao”? Oppure “Oggi…”

Guardò fuori dalla finestra, inspirò e partì.


8 gennaio 1996

Non so bene come funziona un diario, non ne ho mai tenuto uno. Per cui inizio così come viene: ieri ho compiuto undici anni. Papà e Davide mi hanno organizzato una bella festa a cui hanno partecipato molti dei miei compagni di classe. Mattia mi ha regalato una maglietta di Sonic. Credo che di tutti sia quello che più mi capisce, credo che siamo amici. Clarissa, Marta e Alessia mi hanno regalato Tekken 2, lo desideravo da tanto.

Avrei voluto che Davide si fermasse a festeggiare con noi, ma è uscito con una ragazza, se non ho capito male. È sempre un po’ vago su questo argomento.

Questa mattina non sono andato a scuola perché sono caduto sul ghiaccio e mi sono fatto male alla guancia. Stavo scappando da un gruppetto di ragazzi di terza che mi prendevano in giro. Ma questo non l’ho detto a papà. All’ospedale mi hanno messo otto punti di sutura e mi hanno detto che la cicatrice mi resterà per sempre.

Fa un po’ male quando mastico.

Ma è dentro che fa più male.

Umiliazione, credo.

Non so perché se la prendano con me.

Forse lo so, se sono sincero. Ma non voglio adesso.


Capitolo 2 - Mattia


Mercoledì 12 marzo 1997

Oggi Mattia mi ha invitato a fare i compiti a casa sua. Non è una cosa strana, è già successo in passato. Lo volevo scrivere perché c’era qualcosa di strano nel suo modo di fare. Mi ha raggiunto a merenda per dirmelo e si guardava intorno come per verificare che nessuno fosse in ascolto. Come se fosse un segreto. Stasera lo chiedo a papà, ma sono certo che non sarà un problema.

Ieri ho chiesto in prestito un libro a Davide, ma non ha voluto darmelo. Io l’ho preso lo stesso perché mi serviva, credevo che non se ne sarebbe accorto. Quando è tornato a casa si è arrabbiato tantissimo. Forse perché sono andato a frugare fra le sue cose. Non lo so, non l’avevo mai visto così furioso. Non so che cosa gli succeda. Da quando ha finito le superiori e ha iniziato a lavorare è cambiato. Non lo riconosco più. Una volta giocava con me. Adesso nel fine settimana è sempre fuori con una ragazza diversa. Non ha più tempo per me. E mi guarda in modo strano.


La morsa dell’inverno stava allentando la presa su Oderzo. Quando lasciarono l’istituto per andare a casa di Mattia, camminarono in una pioggerellina sottile. Mattia aveva aperto l’ombrello e lo teneva basso, premuto contro la testa, come se volesse nascondercisi dentro. Come se non volesse farsi vedere con lui.

Camminarono in silenzio sulla strada che portava a casa sua. Era la prima di una serie di casette a schiera, aveva un bel giardino. Le ortensie erano ancora secche, ma i primi germogli si affacciavano dai lunghi rami avvizziti. L’erba era verde e folta, tagliata in maniera ordinata. Alcune margherite si affacciavano qui e là.

Quando entrarono si tolsero le scarpe bagnate sul tappeto. La casa odorava di lettiera per gatti e ammorbidente. L’ingresso si affacciava su un soggiorno-cucina separati da un piccolo muretto di marmo. Un divano ad angolo di pelle marrone stava davanti al muretto e sotto la finestra che aveva le persiane abbassate. Mattia accese la luce e insieme si sedettero al tavolo della cucina. Le ante erano di un marrone scuro con i pomelli di color bronzo. Il tavolo era scuro come i pensili della cucina, le sedie avevano la seduta di paglia coperta da cuscini rossi. Era buio.

«Iniziamo con matematica?» chiese Mattia aprendo la bocca per la prima volta da quando avevano lasciato la scuola.

Paolo annuì. Era la sua materia preferita ed era il migliore della classe, così lo aiutò a capire le proporzioni che erano il tema di quel quadrimestre. Per Paolo era stato chiaro fin da subito, ma molti faticavano a comprenderle e Mattia era uno di quei molti.

Dopo mezz’ora di esempi e spiegazioni, parve che le avesse capite e passarono a storia. Collocare nel tempo la Riforma e la Controriforma era per Paolo una vera sfida. Già pronunciare Consustanziazione e Transustanziazione gli era quasi impossibile e non comprendeva la necessità di tutta quella confusione nel sedicesimo secolo. Mattia cercò di spiegargli le ripercussioni dell’uno e dell’altro evento e le cause che li avevano provocati e a Paolo parve di avere un migliore intendimento del tema.

«Basta adesso! ‒ disse Mattia ‒ Andiamo a giocare con la PlayStation.»

Lo sguardo di Paolo si illuminò mentre chiudeva i libri e riponeva matite, penne ed evidenziatori nell’astuccio.

«Mia mamma mi ha regalato Wipeout 2097 per il compleanno!» disse Mattia con entusiasmo.

«Figo! È da quando è uscito che vorrei provarlo!» ribatté Paolo.

In due e due quattro sedevano sul tappeto di fronte alla tv, il divano alla loro destra, i joystick in mano.

Macchine volanti correvano su piste futuristiche sulla musica dei Prodigi. Mattia era molto più abile di lui, gli mancava la pratica. Quando andò in bagno lo lasciò giocare da solo «È troppo noioso se vinco sempre così facilmente.» disse Mattia lasciando la stanza.

Quando tornò guardò lo schermo per qualche momento stando in piedi. «Mh… ti manca proprio la tecnica: devi frenare quando fai le curve strette. Lascia che ti mostri.» si sedette dietro di lui a gambe aperte e le sue mani si posero su quelle di Paolo. Sentì il contatto del suo petto contro la schiena. I pollici di Mattia schiacciavano i bottoni attraverso le dita di Paolo.

«Adesso ti lascio.» disse Mattia su un breve rettilineo.

Lo lasciò andare da solo spostando le mani. Queste si posarono sulle sue cosce e Paolo fu colto da un breve fremito che non riconobbe. Continuò a giocare come se nulla fosse. Avrebbe preferito che si spostasse ora. O forse no? Che cosa gli provocava quel contatto? Qualcosa si stava muovendo dentro di lui. Qualcosa che finora aveva associato alle mattine in cui si era svegliato con le mutande umide e la stoffa tesa da una rigidità che non conosceva.

Come se nulla fosse, Mattia continuava a incitarlo e a dargli suggerimenti, la bocca tanto vicina al suo orecchio.

Paolo ormai quasi non vedeva lo schermo. Non sapeva che cosa stava facendo. In quel momento esisteva sulle sue cosce e sulla sua schiena. Con movimento quasi impercettibile la mano di Mattia si avvicinava al suo inguine, finché il palmo non ci fu sopra e le dita vi si strinsero contro.

«Cazzo! Ma allora è davvero così grande come sembra!»

Paolo lasciò cadere il joystick e cercò di tirarsi su per sfuggirgli, ma il braccio sinistro di Mattia si serrò attorno al suo petto e lo tenne stretto. Qualcosa di duro premette contro la sua schiena.

La sua testa gli chiedeva di liberarsi dalla morsa e allontanarsi, ma qualcos’altro non si dispiaceva di quel contatto. «Poi ti faccio toccare il mio.» gli sussurrò all’orecchio stringendosi ancora di più a lui come un polpo sulla preda. Quelle parole bisbigliate parvero calmarlo. Forse non era sbagliato. Se anche lui lo voleva, forse era normale.

Mattia lo sollevò senza troppe difficoltà e lo fece sedere sul divano. Gli tirò giù le mutande. «Cazzo Paolo! È enorme! Come fai ad avere una roba del genere?»

Lui cercò di coprirsi. Le natiche nude si appiccicarono alla pelle del divano. Sentì le guance arrossarsi. Si vergognava, ma non aveva la forza di coprirsi. Voleva andarsene, ma suo malgrado quel “coso” reagiva contro la propria volontà.

Mattia si sbottonò i pantaloni e li abbassò con le mutande.

«Vuoi sentire che gusto ha?»


Di ciò che accadde dopo non conservò ricordi, se non quella sensazione di sporco, di sbagliato. Il gusto salino gli era rimasto in bocca e quando arrivò a casa si lavò i denti tre volte. Strofinò la lingua con le setole dello spazzolino fino quasi a vomitare. Ma non andava via. Era permeato nelle guance, nello stomaco. Dentro.

Seduto sul letto si prese la faccia con le mani. Che cosa era successo? Perché non aveva detto no? Gli era piaciuto? L’aveva voluto?

L’aveva provocato?

Sì, doveva essere così. Doveva essere stato lui a causarlo. Quel suo corpo era la sua condanna. Aveva avuto solo ciò che meritava. Ciò che voleva. Quello era il suo destino.

La casa era vuota. Il pomeriggio si era trasformato in sera, ma lui non aveva acceso le luci. Papà era al lavoro. Davide era al lavoro. Nessuno dei due avrebbe chiesto niente.

«Cazzo Paolo! È enorme! Come fai ad avere una roba del genere?» quelle frasi gli rimbombavano nella testa come un’eco eterna. Si guardò attorno nella penombra. La mamma gli sorrideva dal comodino e lui con un gesto di rabbia sbatté la cornice a faccia in giù sul legno chiaro. Un rumore di vetro gli disse che l’aveva rotta, ma non se ne preoccupò perché l’eco tornava a ondate che gli facevano venire la nausea.

Si sentiva marchiato. Ancor più che la cicatrice diritta e bianca sul volto, gli pareva di portare dei segni indelebili che tutti avrebbero potuto leggere nei suoi occhi o nel modo in cui avrebbe parlato.

Quella sera a cena rimase taciturno. Davide raccontò della sua giornata, ma non lo guardava. Papà lo osservava, ne sentiva lo sguardo addosso. Ma lui si concentrò sulla sua minestra, una mano fra le cosce, come se dovesse nascondere tutto, come se dovesse nascondere sé stesso.

«Tutto bene, tu?» gli chiese Matteo.

Lui si limitò ad annuire.

«Com’è andata da Mattia? Avete fatto tutto?»

Paolo si sentì avvampare. Tutto cosa? Che cosa voleva dire? Sapeva? No, certo che no. Si riferiva ai compiti.

«Sì.» non alzò lo sguardo dal piatto.

«Che cosa ti prende?» chiese Davide.

Paolo alzò le spalle.

«Oggi ho visto Sandra. ‒ papà cambiò discorso e Paolo gliene fu grato ‒ Mi ha invitato ad andare con lei al concerto di Elton John in Germania a luglio. Un posto vicino a Francoforte. Asciaffeburg o qualcosa del genere.»

«Elton John?» chiese Davide con sarcasmo.

«Sì, credo che potrebbe essere divertente.»

«Ma dai papà… Lascia stare quello lì!»

«Perché?»

«Ma come perché? Perché è… dai, lo sai no?»

Paolo strinse forte il cucchiaio. Sapeva dove stava andando a parare.

«A proposito di Elton John, sai come fa a togliersi il preservativo?»

«Davide, per piacere…» papà cercò di impedirgli di continuare.

«Scoreggiando!» Davide rise forte.

Paolo sentì gli occhi inumidirsi. Deglutì. Non reagì. Cercò di concentrarsi sulla minestra. Di non guardare i due seduti a tavola.

Papà non rise «Che volgare!»

Paolo si alzò e corse in camera sua senza una parola. Prese la cornice rotta e guardò la mamma. Con le lacrime che gli scorrevano lungo le guance disse a mezza voce: «Vorrei che fossi qui.»


Nei giorni che seguirono Mattia a scuola lo ignorò. Come se non lo conoscesse. Paolo cercava un contatto, ma lui non lo guardava mai. Era come se temesse che gli altri potessero pensare che era successo qualcosa.

Paolo si chiuse in sé stesso.

Passarono dieci giorni da quel pomeriggio prima che Mattia gli rivolgesse di nuovo la parola. Lo raggiunse dietro alla camelia del giardino della scuola dove si era rifugiato durante l’intervallo, i rami tanto pieni di quei fiori grossi e pesanti da piegarsi verso il basso.

«Ehi! ‒ gli disse stando in piedi davanti a lui ‒ domani vieni a giocare con la Play?»

Nel suo sguardo Paolo lesse il sottinteso. Per un attimo dimenticò il disagio, il sapore salino sulla lingua, nelle guance e si rallegrò solo di un contatto, di una parola. Dell’invito. Se anche lui lo voleva, forse non era sbagliato. Anche se l’aveva ignorato nei giorni precedenti ora lo cercava di nuovo. Sentì un sollievo travestito da gioia scivolargli nello stomaco, anche se non gli pareva lo stesso sentimento. Una parte di lui era contenta.

Forse se Mattia lo voleva… Forse lo voleva anche lui. Forse bastava non pensarci troppo.

Si limitò ad annuire.

«Bene.» sorrise e se ne andò di corsa.

Quella sera Paolo riaprì il quadernino con la copertina blu e scrisse.


23 marzo 1997

Domani torno da Mattia. Non so perché ho accettato. Ho paura, ma non sono riuscito a farne a meno. Sono io che lo voglio? Non so che cosa voglio. Non so che sentimenti provo. Forse dopo domani si sistemerà tutto.


Il giorno successivo a scuola non si parlarono e Paolo si chiese se non dovesse inventare una qualche scusa per non andare.

La campanella suonò al termine di una giornata infinita fatta di scarabocchi sui quaderni, pensieri che spaziavano e reazioni corporee indesiderate che il banco copriva.

Si avviarono lungo le strade di Oderzo sotto una leggera pioggerellina che sembrava dover fare da teatro a ogni loro incontro.

Entrarono nella casa in penombra. Il profumo di ammorbidente non c’era più ed era rimasto solo quel forte odore di lettiera. Mattia sedette subito su quel divano di pelle marrone e si mise comodo.

«Non facciamo i compiti?» la voce di Paolo era quasi un sussurro.

«Dopo… vieni qui. Ho imparato una cosa nuova da un film che ho rubato a mio padre.»


Successe ancora due o tre volte nei mesi successivi e Paolo precipitò in un vortice fatto di confusione, dubbio. Non aveva coraggio di parlarne con papà. Ogni battuta di Davide era una lama spinta in profondità, ma papà non condannava mai con decisione. Sul diario scriveva frasi sconnesse. Sono io che lo voglio? È colpa mia? Forse è il mio destino. Forse il mio corpo non mi permette altro. Perché non smetto? Perché glielo lascio fare? In fin dei conti forse è ciò che voglio. Forse è così che sono. E se sono così, allora sono sbagliato. Davide e le sue battute… Sale su ferite aperte. Papà e i suoi silenzi. Di mamma solo l’eterno sorriso dalla cornice rotta sul comodino.

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