03 Il viaggio di Giuse de Rose - Dal bianco al nero





Era tutto buio quando sono arrivato dall'altro lato della finestra attraversata con Frank. Talmente nero che mi é sembrato di essere divenuto cieco. Le mani mi tremavano. Nell'aria c'era odore di muffa, di ruggine. Ho cercato di respirare a fondo per calmarmi, sebbene il cuore mi battesse all'impazzata e la puzza mi permeasse le narici. Mentre i miei occhi si abituavano al buio ho notato un bagliore minuscolo poco lontano da me. Come un punto di luce. Era una serratura. Con le mani protese in avanti mi sono avvicinato al pertugio e ho appoggiato la faccia contro il legno, ma non riuscivo a vedere nulla. La chiave era inserita nella toppa dall'altro lato.
Allora ho appoggiato l'orecchio e ho sentito due voci.
«...della chiave.» questa era acuta, stridula. All'inizio ho pensato fosse una donna, ma poi mi sono reso conto di essermi sbagliato.
«Rude, quante volte dobbiamo ammettere che é stato un errore affidarla al barone Some?»
Questa voce era profonda e graffiante. Non come quella di Occhi di Nebbia che ricordava i ciottoli sulla riva del mare. Questa sembrava una lama sulla alla mola.
«Maestà, sono cosciente dei vostri dubbi sul barone Some, ma sono certo che non si azzarderebbe mai a fare qualcosa di tanto avventato!» La voce acuta e stridula sembrava più vicina a me dell'altra.
«Poco importa! Quel che è fatto è fatto. Ora la chiave si trova in Sarsia... Che cosa hai intenzione di fare?»
«Ho inviato i miei ladri più abili per rubarla. Con l'aiuto di Kan Davasi riusciranno a reperirla.»
«Non credo che tu abbia qui alcun ladro migliore di quelli che sono sotto il controllo del Sommo Sacer­dote di Mentaly. Il barone Temo mi ha assicurato di avere affidato la stessa missione ai suoi. Vedremo chi la spunterà.» Mi è sembrato di sentire sorridere la voce graffiata.
«Come sembra giusto a voi, principe Bones.» c'era una nota di risentimento nella voce tagliente del barone. «E tu dovresti avere cose ben più importanti di cui occu­parti. O sbaglio?»
«Il piano per il rapimento del conte di Ca' Mampagna è pronto. Verrà messo in atto appena partirà l'attacco dalle Montagne Rocciose.»
«Molto bene. E la celebrazione di Gösterish?»
«Tutto è pronto, maestà. I chierici mi assicurano che sarà migliore di qualunque l'abbia preceduta. I Novinesi sono centoquarantaquattro quest'anno.»
Principe Bones ha riso compiaciuto: «Andiamo dunque. Non voglio perdermi l'inizio».
I loro passi si sono allontanati. Quando ho sentito chiudersi una porta mi son deciso a provare ad aprire quella che avevo di fronte. Il cuore aveva ripreso a battere all'impazzata. Prima di tutto ho fatto dei respiri profondi. Non avevo capito quasi nulla del loro dialogo, ma alcuni nomi mi avevano portato alla memoria Griginia, una ra­gazza bionda che vendeva fiori ad Anàrkia. Mi aveva mostrato una cartina e raccontato dei tre regni. Da ciò che ricordavo dovevo trovarmi a Deadly Bridge e se avevo collegato in maniera corretta le informazioni, dovevo essere nella città di Fingersy.
Il battito del mio cuore non aveva rallentato per cui ho deciso di provare lo stesso. Ho afferrato la maniglia nel buio e l'ho abbassata. Con un sinistro cigolio la porta si è aperta e ho messo fuori la testa. Mi sono guardato attorno. La sala era di pietra scura, quasi nera. Non il nero della roccia vulcanica che avevo visto a Paese sul Mare con i suoi scuri colorati. Era un nero cupo, lucido che tuttavia non rifletteva la luce dei due bracci accesi.
Nel mezzo si trovava un altare cilindrico, stretto e alto della stessa pietra nera del resto della sala. Strette finestre salivano fino all'alto soffitto. Ho pensato subito a una cattedrale gotica, ma c'era qualcosa di più spettrale qui. Alla mia sinistra si apriva l'unica porta oltre a quella che mi ero lasciato alle spalle. L'ho raggiunta.
Da fuori si sentivano urla e richiami. Non sono mai stato un coraggioso, ma in quel momento ho pensato che avrei avuto più possibilità di confondermi fra la gente che di nascondermi in un tempio a chissà quale divinità malefica. Mentre pensavo a ciò e allungavo la mano per aprire la porta, ho notato il fucsia della manica della mia giacca. Quello avrebbe dato nell'occhio. Perciò mi sono sfilato la giacca e l'ho messa nello zaino a fiori. Anche quello non mi sarebbe stato d'aiuto. Per fortuna avevo una coperta che Remo Remèdio mi aveva regalato a Paese sul Mare e l'ho usata per coprirlo.
Solo a quel punto sono uscito. C'era un baccano incredibile in città e gran viavai di persone che si muoveva in molte direzioni per le strade cupe, fatte di edifici di pietra nera, la stessa che componeva il tempio che mi ero lasciato alle spalle. Mi sembrava di trovarmi in uno dei gironi danteschi. Non mi vergogno a dire che ho avuto paura. Guglie e torri appuntite formavano le sagome di questa dannata città. Se non avessi udito i due uomini parlare avrei pensato davvero di essere capitato all'inferno.
Dalle strette finestre degli edifici splendevano luci rosse e gialle. Rampicanti prive di foglie salivano sui muri e sembravano vene bluastre contro la pietra nera. Su tutto, una nebbia aleggiava coprendo le punte delle Torri più alte, avvolgendole in un inquietante velo di miste­ro che mi ha fatto dubitare dell'esistenza del cielo oltre essa.
Un manipolo di persone stava per passarmi davanti e ha cercato di nascondermi in un anfratto buio. Urlavano canti e inneggiavano a una divinità che chiedeva sangue. Per fortuna non mi hanno notato.
Mi veniva da piangere. Sarei rimasto volentieri in quell'anfratto, ma mi sono reso conto di essere troppo esposto. Se qualcuno fosse arrivato dalla strada di fronte a me, mi avrebbe visto subito.
Ho atteso ancora un po' cercando di calmarmi. Una lacrima è scesa lungo la guancia e si è infilata nella barba. Ho stretto i pugni tremanti e scosso la testa per liberarmi delle sensazioni nega­tive che mi stavano paralizzando. Mi sono morso i denti fino a farmi male. Ho alzato la testa e mi sono mosso. Il mio obiettivo era uscire da quella città maledetta, trovare rifugio da qualche parte e nascondermi sperando di trovare un boschetto o qualcosa di simile.
Lungo le strade di terra battuta, cumuli di foglie marcivano senza che alcuno se ne curasse. Ho pensato a Frank in quel momento e al suo avvertimento. Mi sono pentito di non averlo ascoltato, di non essere rimasto al sicuro a Proxima. Perché avevo attraversato quella finestra?
Attorno a me il fragore si faceva più forte. Quando ho sentito un gruppo di persone avvicinarsi mi sono ritirato in un angolo buio di quella città spettrale e quando mi hanno supera­to mi sono accodato a loro.
Ho notato allora che, oltre agli invasati che urlavano a più non posso e stringevano statuette di legno nero, c'era chi non sembrava affatto contento di seguirli. Una mamma che stringeva un ragazzino di circa dieci anni, aveva lo stesso terrore negli occhi che avrei trovato nei miei se mi fossi visto in uno specchio. Un ragazzo dai lineamenti spigolosi avanzava inerte, l'espressione spenta di chi, rassegnato, va incontro a un destino funesto. C'era anche chi piangeva e urlava di disperazione e veniva spinto avanti, o tirato per le braccia.
Le porte delle case erano aperte.
La comitiva a cui mi ero unito è stata raggiunta da altre persone, tante. Una fiumana che camminava nella stessa direzione.
Mi sono spostato verso l'esterno della colonna, vicino alle pareti degli edifici in attesa di un'opportunità. Non sapevo dove stavamo andando, ma sapevo che dovevo tro­vare un modo per allontanarmi, per abbandonare la folla.
Eravamo quasi arrivati ai margini della città, fra spintoni e urla. Qualcuno aveva acceso delle torce e ora vedevo davanti a me il luogo dove tutti si dirigevano: una distesa aperta, un prato.
Vicino alla città era stata edificata una sorta di palco su cui stavano alcune figure in piedi. Uno di loro, la voce acuta amplificata a superare le urla, stava parlando: «... i Novinesi. Che vengano avanti per la loro prima volta!» Ho sentito che quello era il mio momento, ora o mai più: mi sono buttato oltre la soglia di una casa e ho chiuso la porta. Cercando di restare nascosto mi sono messo a osserva­re i passanti da una finestra.
Donne, uomini, giovani, vecchi, bambini. Alcuni festanti. Alcuni terrorizzati. Alcuni vestiti, altri mezzi spogliati. Stavo per piangere di sollievo quando ho sentito un rumore alle mie spalle. Mi sono girato a fronteggiare una ragazza. Aveva un coltello in mano. Per qualche evento del destino sono riuscito a scansarmi e schivare il suo attacco. Il suo sguardo era feroce.
«Ferma! Ferma, ti prego!» Forse è rimasta interdetta dal mio accento o forse ha letto il mio terrore negli occhi. Fatto sta che ha abbassato il braccio.
«Che cosa fai qui? Devi andartene o metterai in pericolo anche me!»
«Sono terrorizzato. Cercavo un posto dove rifugiarmi. Che cosa sta succedendo lì fuori?»
Mi ha guardato fisso e ha abbassato il pugnale: «Vieni, dobbiamo nasconderci.»
Si è girata ed è passata in un anfratto tra un armadio e il muro. L'ho seguita, ma per passarci ho dovuto togliere lo zaino e tirare dentro la pancia. Una volta dall'altro lato lei ha tirato l'armadio per una cinghia e, nella semioscurità di una candela, ho visto un bimbo seduto in un angolo. Lei gli si è avvicinata e lo ha stretto a sé.
«Che cosa succede là fuori?»
«La Gösteraia, la festa alla dea Gösterish...» ha risposto come se bastasse a spiegare tutto.
«Non ho idea di che cosa sia…» mi sono seduto e ho offerto loro delle gallette dolci che portavo con me ancora da Anàrkia. Il bimbo ne ha presa una e l'ha divorata come fosse la cosa più buona del mondo. Lei l'ha rifiutata con un cenno del capo.
«Una volta all'anno, nella prima notte senza lune d'au­tunno, si celebra la Gösteraia.»
«In che cosa consiste?»
Lei si è allontanata dal bambino e mi ha portato all'altro angolo della stanzetta dove ha bisbigliato: «È un'orgia sacrificale a cui devono partecipare tutti coloro che hanno compiuto nove anni. Mio fratello Ched li ha compiuti la scorsa settimana.» nei suoi occhi è tornata la fiamma feroce che ho visto mentre tentava di colpirmi con il coltello
«Dovranno passare sul mio cadavere prima di portarcelo!»
L'ho guardata con gli occhi sbarrati. Come poteva esiste­re una barbarie simile? Chi faceva qualcosa del genere?
«Andranno avanti tutta la notte, moriranno decine, forse centinaia di persone.... È terribile.»
Ho capito il suo desiderio di risparmiare suo fratello.
«E i bambini sono i primi a essere presi... Nella foga dell'atto molti muoiono. Quando sono stata io una Novinese eravamo ottanta... Siamo sopravvissuti in quarantasette.» È tornata a sedersi accanto al fratello.
Allora ho capito il volto rassegnato del ragazzo dai linea­menti spigolosi, il pianto della madre che teneva stretto il suo bambino. Mi sembrava impossibile che solo poche ore prima mi trovassi a Proxima, fra eleganti edifici bianchi con i salmi dei mona­ci cantiani a riempire l'aria fragrante. E ora mi trovavo sull'orlo di un massacro orgiastico in cui decine di bambini sarebbero morti, dopo aver dovuto subire chissà cosa.
«Hai lasciato la porta aperta?» la ragazza si è alzata in piedi di scatto.
«No, tranquilla, l'ho chiusa.» le ho sorriso rassicurante.
Lei è scattata verso l'armadio per spingerlo e io ho provato a fermarla. «Lasciami!» mi ha spinto via «Non capisci? Le porte devono stare aperte, significa che chi ci abita è uscito. Verranno a cercarci, ci troveranno. Devo...»
Oltre l'armadio è esploso un colpo e sono risuonate della voi: «Cercate, spostate ogni cosa!» Ho visto il panico nei suoi occhi. Ha afferrato la cinghia e ha tirato per evitare che potessero spostare l'armadio. Dall'altra parte qualcuno stava provando a muoverlo.
«Vieni, dammi una mano. Questo pesa di più di quan­to pensassi...»
Anche io mi sono unito alla giovane donna e mi sono aggrappato alla cinghia con tutte le mie forze. Dall'al­tro lato erano forti. Non saremmo resistiti a lungo.
Ho guardato il bambino nell'angolo. Ho pensato a Frank, avrei voluto che fosse lì, forse per lui avrebbero aperto una finestra... Se solo...
Nella disperazione l'ho vista, è apparsa. Eccola: una fine­stra dalla cornice nera.
«Ched, aprila, presto!» ho urlato.
«C'è qualcuno che si nasconde qui! Dobbiamo buttarlo giù!» si è sentito dall'altra parte.
Ched sembrava dubbioso. Ha guardato la sorella. Lei ha guardato me: «Fidati, ti prego!»
Lei ha annuito al fratello che ha aperto la finestra.
«Al mio tre molliamo e attraversiamo insieme!»
Lei ha annuito di nuovo.
«Uno...»
«Forza, li abbiamo quasi!»
«Due...»
«Ancora un colpo e l'armadio cederà!»
«Tre...» Abbiamo lasciato la presa. L'armadio è caduto con gran fracasso. Delle voci hanno urlato di dolore. Noi ci siamo lanciati nella finestra e l'abbiamo attraversata.


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