Un uomo e il suo orologio
C’era una volta un uomo che amava gli orologi. Ne aveva di ogni tipo, forma e colore. Ne aveva di economici e di molto costosi. Li collezionava. Viaggiava spesso solo per cercare orologi nuovi.
Nel giardino aveva delle meridiane. Alle pareti aveva orologi a cucù e pendoli; sulla scrivania del soggiorno e in vetrine poggiate sui mobili di tutta la casa, aveva orologi subacquei, manuali e automatici, da taschino e da polso.
Non sapeva nemmeno lui quanti ne avesse. Era ossessionato. Eppure nessuno era perfetto. C’era sempre qualcosa che non andava bene.
E lui continuava a cercare.
Un giorno bussò una donna alla sua porta. Era una donna come tante, di mezza età. I suoi abiti erano scialbi, ma non trasandati. I suoi capelli erano sporchi. L’espressione sul viso era stanca. Alcune rughe le circondavano gli occhi e le increspavano la fronte.
«Buongiorno» disse lui.
«Buongiorno» rispose lei.
«Come posso aiutarla?»
«Avrebbe qualche cosa da mangiare da darmi?»
L’uomo la guardò per qualche istante e la fece entrare. Le diede da mangiare e da bere. La donna mangiò affamata, ma non disse una parola. Non rispose alle domande che l’uomo le pose.
Egli smise di chiedere, sedette con lei e la guardò terminare il pasto.
Quando ebbe terminato, la donna si alzò, fece un lieve inchino e si voltò verso la porta. L’aprì, si fermò e si girò verso di lui con la mano ancora sulla maniglia.
«Sei stato gentile con me. Vorrei ricambiare.» infilò la mano libera nella tasca dei pantaloni che indossava ed estrasse un oggetto argentato.
«Ho visto che ti piacciono gli orologi.» Fece voltare lo sguardo attorno, nel ticchettio che riempiva la stanza «Questo mi è stato donato da un’altra persona gentile. Vorrei che l’avessi tu.»
L’uomo la guardò. Non riusciva a formulare un pensiero, dalle labbra non gli uscirono parole.
Lei allungò la mano e gli porse l’oggetto.
Con la bocca un po’ aperta l’uomo allungò il braccio a sua volta e lo prese in mano.
Si trattava di un orologio. Uno splendido orologio da taschino come non ne aveva mai visti. L’esterno era d’argento brillante, sembrava fosse appena stato lucidato. Era intarsiato di decorazioni curve. Dapprima non comprese che cosa rappresentassero, ma poi capì che si trattava di colibrì stilizzati. Premette la rotella e l’orologio si aprì. Non c’era vetro di protezione. Le lancette si muovevano su un quadrante senza numeri. Si vedevano gli ingranaggi ruotare sotto di esse.
L’uomo non aveva mai visto un orologio più bello. Lo rigirò fra le mani. Guardò la lancetta dei secondi muoversi. Fu affascinato dalla perfezione dello scatto. Non c’era vibrazione all’arrivo del secondo successivo.
Gli ingranaggi sotto alle lancette si muovevano come un unico pezzo, non come un insieme di parti indipendenti.
Per quelli che gli parvero istanti, si perse in quel mare di riflessi dorati e argentati.
Si riscosse per dire alla donna che quello era un dono troppo prezioso come ricompensa per un pasto, ma essa era sparita.
Uscì dalla porta e attraversò il giardino, raggiunse il marciapiedi, ma non la vide, né a destra né a sinistra. Era scomparsa.
Tornò dentro casa continuando a guardare l’orologio incantato. La cosa più meravigliosa e perfetta che avesse mai visto.
Per giorni non fece quasi altro che guardare le lancette muoversi. Un brivido lo percorreva ogni volta che la lancetta dei minuti scattava a un giro completo di quella dei secondi. Scoprì che se guardava con sufficiente attenzione, poteva vedere la corta lancetta delle ore muoversi lentamente.
Dimenticò tutti gli altri orologi che aveva in casa.
Dimenticò di andare a cercarne di nuovi.
Seppe di aver trovato quello che aveva cercato per quasi tutta la sua vita.
Lo portava nella tasca della camicia di giorno, quella vicino al cuore.
La sera lo trasferiva nella tasca del pigiama, quella vicino al cuore.
Prima di dormire, guardava gli uccelli argentati brillare nella luce dell’abat-jour.
Poi spegneva l’interruttore e, nel silenzio della sua stanza, ascoltava il ticchettio delle lancette e il lavorio incessante degli ingranaggi.
Non se ne stancava mai.
Tutti gli altri orologi avevano perso ogni interesse per lui.
Cominciò a liberarsene.
Finché a un certo punto non ne rimase più nessuno.
Centinaia di orologi vennero regalati o venduti. Ma a lui non interessavano più.
Sapeva che non avrebbe mai trovato nulla di altrettanto perfetto.
Un giorno esso si fermò.
Senza apparente motivo smise di funzionare.
E l’uomo cadde in una disperazione affranta.
Gli parve di non avere più una ragione per vivere.
Trascorse tre giorni seduto sulla poltrona del suo soggiorno guardando l’orologio, spossato.
Non era la prima volta che gli capitava che un orologio si rompesse. Aveva imparato a ripararne alcuni. Era stato da orologiai e con il tempo aveva imparato sempre di più, sempre meglio.
Il terzo giorno si alzò dalla poltrona e si diresse alla scrivania di fronte alla finestra. Premette il piccolo pulsante che apriva l’orologio e lo appoggiò sul tavolo. L’argento brillava nella luce del sole. Ma le lancette erano ferme.
Gli parve che anche il suo cuore si fosse fermato.
Guardò le rotelle dentate degli ingranaggi come aspettandosi che potessero ripartire da sole.
Estrasse i suoi cacciaviti e le sue pinzette dal cassetto destro dello scrittoio; come un medico che si apprestasse a un'operazione chirurgica, afferrò un cacciavite con la mano destra e le pinzette con la sinistra, li tenne sospesi a pochi centimetri dall’orologio; non aveva coraggio di toccarlo.
Quando giunse il tramonto lui stava ancora seduto lì, senza aver compiuto nulla.
Si fece buio e le sue mani erano ancora sospese sull’orologio a pochi centimetri dalle lancette.
Per ore era stato seduto senza fare niente. Senza avere il coraggio di toccarlo.
Quando giunse la notte, abbandonò gli strumenti sul tavolo e si portò le mani alla faccia.
Pianse.
Grosse lacrime scesero lungo le guance, gli bagnarono i palmi delle mani, scorsero lungo i polsi e poi giù fino ai gomiti.
Si sentiva come se avesse perso la propria anima. Come se il cuore gli fosse stato strappato dal petto.
Mai più sarebbe stato in grado di guardare un orologio. Mai più si sarebbe interessato a quegli oggetti.
Richiuse il suo prezioso orologio d’argento e lo ripose nella tasca della camicia, quella vicino al cuore. Gli parve all’improvviso freddo attraverso la seta. Un macigno di ghiaccio.
Eppure una cosa doveva tentarla ancora. Doveva trovare un orologiaio in grado di aiutarlo.
Con tale proposito andò a letto quella sera. Il gelido orologio premuto contro il petto.
La mattina successiva preparò uno zaino e partì per un viaggio per la prima volta da quando aveva ricevuto il dono dalla misteriosa donna.
Visitò tutti gli orologiai che aveva conosciuto negli anni precedenti, tutti coloro da cui aveva comprato i suoi orologi.
Sebbene tutti fossero incantati dalla meraviglia di quell’oggetto, nessuno sembrava in grado di ripararlo. Nessuno sembrava aver mai visto un orologio simile.
L’uomo era stremato. Aveva cercato e contattato tutti quelli che si trovavano nella sua lista.
Aveva speso tutti i soldi che aveva ricavato vendendo gli orologi. Si sentiva al termine del suo viaggio e non aveva più nulla. La sua vita era finita.
Giunse quindi in un piccolo paese lontano. Faceva caldo. Si fermò con il suo zaino vicino a un pozzo nel mezzo di una piazza. Mentre sorseggiava l’acqua che aveva estratto col secchio legato alla corda, tirò fuori l’orologio ancora una volta. L’aprì e guardò gli ingranaggi immobili. Sembrava che si fosse spento. Non brillava più nonostante la luce del sole cocente.
Poggiò la borraccia con la quale stava bevendo e si asciugò la fronte.
Avrebbe rinunciato alla sua ricerca. Non restava nessun altro che conoscesse a cui chiedere.
Sospirò: la speranza era persa.
Un bimbo giunse nella piazza.
«Ehi, signore, mi aiuteresti a prendere l’acqua dal pozzo?»
L’uomo si alzò, rimise l’orologio nella tasca, si avvicinò al pozzo e gettò il secchio nel fondo. Con uno sforzo notevole tirò la corda fino in cima e versò l’acqua raccolta nella borraccia del bimbo.
Non l’aveva degnato di uno sguardo, non gli aveva detto una sola parola.
«Signore, perché sei così triste?» chiese il bambino.
L’uomo alzò lo sguardo e lo vide per la prima volta: aveva i capelli neri e la pelle scura. Era alto appena più del muro del pozzo.
«Sono triste perché il mio orologio si è rotto. Si è fermato e non riparte più. E non c’è nessuno in grado di ripararlo.»
Gli occhi del bambino si illuminarono.
«Ma io posso aiutarti.» gli prese una mano e lo tirò verso una delle case lì vicine. L’uomo ebbe appena il tempo di raccogliere lo zaino. Il bambino correva entusiasta.
Raggiunsero una casetta di mattoni rossicci. Una porta di legno era aperta su una stanza quadrata immersa nella penombra.
«Ezio! Ezio!» Urlò il bambino entrando in casa.
Un giovane uomo apparve da un’altra porta sorridendo.
D’aspetto non aveva nulla di speciale. I suoi occhi tuttavia brillavano di una luce argentata. L’uomo pensò subito all’orologio e ai bagliori che emanava quando il sole lo colpiva.
Il giovane si avvicinò e sorrise al bambino. Poi all’uomo con aria curiosa.
«Questo signore ha bisogno di una mano con il suo orologio.» disse il bambino e corse fuori dalla casa.
«Ah sì?» chiese il giovane. Si avvicinò all’uomo e si presentò «Mi chiamo Ezio.»
I due si strinsero la mano, ma l’uomo non fu in grado di dire nulla.
«Dunque hai un orologio rotto?»
L’uomo annuì. Non riusciva a distogliere lo sguardo. Gli occhi del giovane erano castani, scuri come il mogano. Eppure la luce che ne emanava era splendente come quella delle stelle.
«Posso vederlo?»
L’uomo estrasse l’orologio dalla tasca. Per qualche motivo il cuore gli batteva forte. Fissava il giovane. Forse aveva anche la bocca socchiusa. Non era ancora riuscito a dire una parola. Per qualche ragione gli tornò alla mente la donna. Guardò il giovane uomo negli occhi, mentre gli porgeva l’orologio. Egli dovette avvicinarsi perché la catena era ancora legata alla camicia sgualcita dell’uomo. Lo prese in mano.
Mentre Ezio lo osservava con attenzione, l’uomo non poté far altro che continuare a fissare il suo viso tondo, il sorriso dai denti un po’ storti e quegli occhi luccicanti che ora stavano rivolti verso il basso; teneva l’orologio in una mano e con l’altra sfiorava gli intagli sullo sportello.
Premette il pulsante.
Lo sportello d’argento si aprì e Ezio vi soffiò sopra, come per togliere della polvere.
L’uomo continuava a guardare il giovane in volto.
Non c’era una bellezza evidente nei suoi lineamenti. Il suo fisico non era prestante. Nessuno si sarebbe voltato a guardarlo. I suoi abiti erano semplici. Aveva pochi capelli sulla testa e una barba scura e rada gli copriva il volto rotondo. Non era alto, ma nemmeno basso. Le sue mani erano minute e una piccola curva riempiva appena la maglietta, lì dove la pancia si arrotondava.
Eppure qualcosa aveva catturato i suoi occhi.
Era quel sorriso: nonostante i denti non dritti, c'era un’inspiegabile armonia nel modo in cui si allargava sulle guance coperte di rada peluria nera e correva su fino agli occhi. Lì formava delle leggere increspature che sembravano i raggi di due fari in una notte senza luna. Il richiamo di casa dopo un lungo viaggio. L’abbraccio di un porto dopo giorni per mare.
Alcuni momenti più tardi, durante i quali Ezio si era rigirato l’oggetto fra le mani ignaro dell’insistenza dello sguardo dell’uomo, alzò la testa.
«Qual è il problema?» chiese.
La stanza sembrava ora piena di luce.
«Ehm… ehm…» balbettò l’uomo. Portò lo sguardo all’orologio che il giovane gli stava mostrando.
Sentì il cuore aprirsi, sciogliersi. La lancetta dei secondi aveva ripreso a muoversi. Ticchettava di nuovo potente nel silenzio della stanza.
«Non, non… Non capisco.» disse l’uomo «Erano mesi che non funzionava… Nessuno era stato capace di farlo ripartire…»
Eppure era lì. Eppure ora funzionava. Come se il semplice tocco delle sue dita l’avesse riportato alla vita. Come se con le sue mani avesse aggiustato le ali di un colibrì permettendogli di tornare a volare.
L’uomo non seppe resistere: la tristezza, la preoccupazione, la disperazione. Tutto esplose dentro di lui.
Cadde in ginocchio e pianse di gioia stringendo l’orologio fra le mani. Lo avvicinò all’orecchio per ascoltare gli ingranaggi che si muovevano al suo interno. Lo guardò con la vista annebbiata dalle lacrime.
Sentì il giovane inginocchiarsi accanto a lui e passargli una mano sulle spalle stringendolo a sé.
«Dove hai trovato questo orologio?»
«Me l’ha regalato… una donna alla… alla quale ho dato… da mangiare.» continuava a singhiozzare. Non riusciva a riprendersi dalla gioia. Stringeva l’orologio al petto. Gli occhi chiusi. Il calore del braccio di Ezio sulle spalle.
«Questo orologio era mio. Lo donai a una donna che mi offrì aiuto molto tempo fa.» fece una pausa «Fu doloroso separarmene, ma lei me lo chiese con una tale insistenza che non fui in grado di negarglielo.»
L’uomo si asciugò gli occhi e cercò di calmarsi.
«Ma quindi te lo devo restituire.»
I due erano vicini. Il braccio di Ezio era ancora attorno alle sue spalle. I loro volti erano tanto prossimi che l’uomo avrebbe potuto contare le ciglia del giovane.
«No. Ti è stato donato da lei.» dopo una breve pausa aggiunse «E ti ha portato qui.»
«Non capisco…»
«Questo è un orologio…» alzò lo sguardo come per cercare la parola giusta «…speciale. Così come lo era quella donna. È tuo e ti ha portato da me.»
La luce dei suoi occhi era intensa. La profondità di quei due cerchi di mogano lo lasciò senza parole.
Come se fosse la cosa più normale del mondo i loro volti si avvicinarono ancora. Gli occhi di entrambi si chiusero. L’uomo si trovò con il viso affondato nel collo del giovane, sentì le guance coperte di barba strofinare le une contro le altre. Con la mano sinistra teneva l’orologio stretto al cuore, mentre con l’altro braccio avvolse il corpo di quel giovane uomo che gli aveva cambiato - e forse salvato - la vita.
In quell’abbraccio sentì la gioia scorrere nelle sue vene, rizzargli i peli delle braccia e diffondersi lungo la spina dorsale.
Capì di aver trovato il suo posto nel mondo. E quando sentì il ticchettio delle lancette contro la sua mano, fu certo di aver trovato il suo cuore.






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