02 il Viaggio di Giuse de Rose - Astri, alberi e finestre aperte
Lasciare Anàrkia è stato difficile. Mi ero abituato alle sue case colorate, ai suoi personaggi caratteristici. Non ho più visto Occhi di Nebbia dopo la prima sera, ma ho avuto modo di udire altre versioni della storia di Kalù.
Sono rimasto in città per otto giorni, dopodiché sono partito con una carovana diretta a Proxima. Abbiamo costeggiato boschi, percorso strade in aperta campagna. Abbiamo attraversato lo stretto dei Rigesi: un luogo di un incanto unico, dove la Mezza Luna Bianca incontra il mare, lasciando un angusto passaggio a malapena sufficiente a far passare tre cavalli affiancati. Abbiamo attraversato tre fiumi, fino a giungere a Proxima.
Difficilmente avrei potuto immaginare una città più diversa da Anàrkia: al posto delle case colorate che mi avevano accolto già da lontano, guardando con il binocolo dalla nave della capitana Silenia, una distesa di edifici bianchi sorgeva tra i boschi come un unico essere. Ma non erano dipinte. Erano costruite usando grosse pietre bianche che risaltavano in mezzo al verde delle foreste che l’abbracciavano e nel mezzo un largo fiume la divideva quasi a metà. E tuttavia non era questo ciò che più mi ha colpito, né le bianche mura che la circondavano, bensì un suono continuo nell’aria. Non era il richiamo stridulo dei gabbiano in riva al mare, non era il caos del vociare e urlare del porto: su tutto risuonava una cantilena come di un coro incessante, costante.
Non ho capito subito che cosa fosse, ho dovuto attraversare metà della città. Lo zaino in spalla sotto il sole tiepido di quel giorno di gennaio che si avviava al termine, mi sono incamminato fra le strette vie per raggiungere quello che da lontano mi era sembrato un immenso palazzo. Più mi ci avvicinavo, più il canto aumentava di intensità.
Quando l’ho raggiunto mi sono trovato in una piazza. Alla mia sinistra un immenso palazzo rialzato, alla mia destra un albero dall’aria millenaria. Un faggio, credo, dalle foglie dorate. Non marroni e secche come ci si potrebbe aspettare in questa stagione, bensì dorate, quasi splendenti a riflettere la luce del sole, che qui chiamano Bayanadir. E di fronte a me… esito come ho esitato quel giorno. Non ho capito subito se vedevo un piccolo ammasso di alberi, o un edificio. Ho dovuto approcciare un passante e nel mio tudioma ancora incerto, ho chiesto che cosa fosse.
«Quello è L’Antico Tempio di Canto, straniero.» mi ha detto un uomo dalla lunga barba e che indossava una veste lilla.
Ancora una volta il mio accento e il mio abbigliamento mi avevano tradito, ma non importava in quel momento. L’ho ringraziato e mi sono avvicinato.
Era un edificio, certo. Ora che gli ero vicino lo vedevo bene anche io. Aveva porte e finestre. Ma non era stato costruito, sembrava essere cresciuto dalla terra stessa. E il canto melodioso giungeva proprio da lì. Ho messo una mano su una delle cortecce esterne e mi è sembrato che vibrasse sotto le mie dita. Dico cortecce, perché è ciò che ho pensato quando ho guardato da vicino: era come se una corteccia verde scuro avvolgesse l’esterno di quella struttura e proteggesse la linfa che vi scorreva dentro dalle impurità del mondo. Come una pelle.
Avrei tanto voluto entrarci, ma non ero sicuro che fosse permesso, per cui mi sono occupato di cercare un alloggio. Non faceva freddo come ad Anàrkia, ma ero certo che non avrebbe fatto abbastanza caldo per dormire all’aperto, quando il sole si fosse infine gettato sotto l’orizzonte.
Ho lasciato a malincuore quella piazza dal suono incantato e mi sono inoltrato nelle vie strette alla ricerca di una locanda che - ne ero certo - non sarebbe stata lontana dal centro della città.
Mentre mi guardavo attorno, chiedendomi perché non ci fosse quasi nessuno per le strade, ho visto accadere qualcosa di bizzarro: in una piazzetta in ombra su cui non si affacciavano che poche finestre buie, a mezz’aria, come la cosa più normale del mondo, è comparsa una finestra. Un davanzale bianco, un telaio bianco come gli edifici della città e due ante chiuse, fluttuanti a poche decine di centimetri dal selciato. E ancor più bizzarro è stato vedere quelle ante aprirsi e lasciar passare un uomo.
Mi sono ritratto cercando di nascondermi e l’ho osservato. Era un uomo alto, forse un metro e novanta, avrà avuto sessant’anni o poco più e indossava un lungo cappotto nero e una sciarpa grigia. Aveva un berretto nero in testa e teneva in mano un taccuino. Quando ha chiuso la finestra, questa si è dissolta nell’aria come era comparsa, senza un rumore, senza un suono. Lui si è guardato attorno e si è incamminato per una delle stradine strette.
Non sono uno molto coraggioso, ma c’era qualcosa di attraente in quell’uomo e, cercando di non farmi notare, l’ho seguito e lui è entrato in un edificio alla sua destra.
Quando mi sono trovato davanti alla porta che aveva attraversato, ho compreso che si trattava di una locanda. Ho fatto un lungo respiro e ho riflettuto: «Potrebbe essere una trappola.» mi sono detto «Potrebbero esserci persone pericolose lì dentro, ma io devo comunque trovare riparo per la notte e quell’uomo comunque non sembra pericoloso. Non sembra nemmeno essere di qui.»
Il suo cappotto sembrava un comune cappotto elegante, uno di quelli che gli uomini indossano per andare a teatro o a cene importanti sulla terra. Mi è venuta una certa nostalgia di casa e di normalità, così mi sono deciso e sono entrato.
Nulla di strano o pericoloso ha attirato la mia attenzione, per cui mi sono concentrato sugli astanti e l’ho individuato subito. Con un altro respiro profondo mi sono diretto verso il suo tavolo e mi sono seduto davanti a lui, come Occhi di Nebbia aveva fatto al Granchio Blu.
«Buonasera.» mi ha detto in tudioma sollevando le sopracciglia. La sua voce era calda e profonda. E aveva un accento che mi è quasi sembrato di riconoscere.
«Buonasera.» ho risposto cercando di sorridere.
«Le dispiace se mi siedo con lei?»
«Considerando che si è già seduto…» teneva la mano sul taccuino che avevo intravisto prima. La copertina di pelle scamosciata.
Un lampo di comprensione mi ha illuminato i pensieri, per quanto improbabile: «Sprechen Sie Deutsch?»
«Selbstverständlich! Wie kommt es, dass Sie meine Sprache sprechen?»
Ero emozionato. Era davvero un abitante della nostra terra. Ed era tedesco.
«Vivo a Berlino da alcuni anni. E lei da dove viene?» dentro di me era tutto un subbuglio. Mi trovato su questo pianeta da settimane, non sapevo nemmeno come ci ero arrivato e non mi sarei di certo aspettato di incontrare qui, qualcuno che provenisse dalla terra.
«Io vengo da Monaco di Baviera. Ma ora la prego di calmarsi.»
Forse le mie mani tremavano troppo, forse i miei occhi si erano fatti lucidi per la gioia, o forse la mia voce tremava. A ogni buon conto mi aveva letto dentro subito. Ho fatto dei respiri profondi e in quel momento siamo stati interrotti da una donna di mezza età in avanzato stato di gravidanza: «Che cosa posso portarvi?» ha chiesto in tudioma.
«Un pediosco e una birra.» ha detto l’uomo sicuro.
«Che cos’è?» ho chiesto io.
La donna mi ha lanciato un’occhiata malevola, ha sussurrato qualcosa del tipo «Questi stranieri!» e mi ha spiegato essere una sorta di stufato di manzo. Così l’ho ordinato anche io assieme a una birra. E la donna se n’è andata.
«Mi chiamo Giuse de Rose, signore, piacere di conoscerla.»
«Frank Werner.» Ci siamo dati la mano. Ero emozionato anche per quel semplice gesto che sapeva di casa. «È italiano?»
Ho annuito.
«Non l’avrei detto dall’accento, ma il suo nome la tradisce.» ha sorriso.
Quello è stato per me un invito: in fin dei conti non era così infastidito come voleva lasciar intendere. E mi sono sentito un po’ più tranquillo. Solo in quel momento mi sono reso conto di avere ancora lo zaino sulle spalle. L’ho tolto sotto il suo sguardo indagatore e l’ho appoggiato sulla panca accanto a me. Ho sfilato anche il giubbino colorato che avevo indosso e l’ho messo sopra lo zaino. In quel momento sono arrivate le birre.
«Prost!» ha sollevato il calice di legno.
«Prost!» ho fatto toccare il mio col suo e abbiamo bevuto un gran sorso.
«Non è una Helles dell’Oktoberfest, ma non è malvagia.» si è tolto la schiuma dai baffi con il dorso della mano.
«Anche io preferisco la Helles, questa ha un gusto molto forte di…»
«Carciofo, te lo dico io! Non si potrebbe neanche chiamare birra in Germania.»
«Ai carciofi!» ho sorriso anche io, sollevando il calice per un nuovo brindisi.
Mi stavo calmando; avevo smesso di tremare, ma nella mia testa si stavano accavallando domande su domande.
«Come è arrivato fin qui, signor Werner?» ho iniziato con quella che mi sembrava più importante.
«Qui in questo mondo? O in particolare a Proxima, signor de Rose?» la sua voce era piacevole da ascoltare. Ho pensato che avrebbe potuto unirsi a chiunque fosse che cantava nel Tempio di Canto.
«Be’, diciamo che l’ho vista attraversare una finestra nel vuoto quest’oggi…» sembrava che l’avessi spiato «…stavo camminando per i fatti miei quando ho visto quella cosa apparire dal nulla e lei passarci attraverso. Ecco…»
Ha avvicinato le braccia al busto tenendole appoggiate al tavolo e mi ha scrutato per un momento: «Sì, così sono giunto oggi. Ma sono anni, credo, che vago per questo regno in questo modo».
Dopo una pausa ha aggiunto: «E non solo in questo regno.»
«Quando è stata la prima volta?»
Ha preso un altro sorso di birra prima di continuare: «Ero sulla cima del Wendelstein, vivevo lì all’epoca. Lavoravo all’osservatorio astronomico…»
«Quindi lei è un astronomo?»
Ha annuito.
«E un giorno è arrivato quest’uomo. Era una notte gelida, il vento soffiava e la neve cadeva in gran quantità. Non potevo lavorare quella notte ed ero uscito per camminare quando un uomo mi è comparso davanti. Un’apparizione incredibile per me allora. Vede, ero, e sono, un uomo di scienza, non ho mai creduto al soprannaturale. Ma quell’uomo mi ha costretto a rivedere molte delle cose che credevo vere.»
«Come si chiamava? Da dove veniva?»
«Ah! Lei pone delle giuste domande, signor de Rose. Domande che gli posi io stesso.» ha puntato gli occhi nel vuoto, come a cercare di richiamare un ricordo alla memoria «Mi disse di non ricordare il suo nome, si figuri! Ma potevo chiamarlo Mago del Mondo. Un mago. La mia incredulità si è fatta ancor più serrata. Quanto alla provenienza, disse essere molto complicato.» ha riso. Una risata pulita, profonda, felice. «Mi disse di sapere che ero stanco di stare lì, ma che non avevo altro posto dove andare e che mi avrebbe dato un nuovo scopo.» si è interrotto di nuovo e ha fissato il vuoto con un sorriso amaro.
È rimasto qualche momento senza dire nulla. Mi ha guardato negli occhi e ha sbuffato: «Devo ammettere di essere stato meno cortese di quanto vorrei ammettere: gli ho riso in faccia. Come faceva quell’uomo sconosciuto e abbigliato in maniera tanto bizzarra a sapere così tanti segreti profondi di me stesso?»
Proprio allora è tornata la donna e ci ha messo davanti due piatti di stufato. Sembrava gulash a prima vista, ma aveva un odore pungente.
«Buon appetito, signor de Rose.» ha detto infilando il cucchiaio nel piatto.
Io l’ho seguito, ma non volevo che si interrompesse ora che aveva iniziato ad aprirsi così: «Com’era vestito? Perché dice che era bizzarro?»
«Consideri che eravamo a più di milleottocento metri di altitudine, nevicava e faceva molto freddo. Lui indossava un completo blu, una camicia nera come la sua pelle e una tuba del medesimo colore del vestito. Inoltre teneva in mano un bastone da passeggio nero con il pomello bianco.»
Ho ingoiato un boccone di carne. Era tenerissima, si scioglieva in bocca, ma aveva il sapore pungente di un’erba o una spezia che non conoscevo. Non era malvagia, ma copriva il gusto della carne. Mi ha ricordato lo zenzero, ma era diverso. Più dolce. «Capisco. Però alla fine l’ha seguito?»
«Sì, l’ho seguito. Quella è stata la prima volta che ho varcato una di queste Finestre.»
«Come quella che le ho visto attraversare oggi?»
«Simile. Ma ognuna è diversa, a guardarle bene. Ormai ne ho attraversate innumerevoli. Talvolta divergono come quelle di Venezia e Amburgo. Talvolta cambia solo il colore della cornice. Talvolta è la maniglia. Piccole Finestre Aperte, le chiamo.»
«Ma che cosa sono? Da dove arrivava oggi?»
«Sono dei portali. Non saprei come altro definirli. Quello di oggi mi ha portato dal palazzo della regina Dinisa a qui.»
«Sa sempre dove andrà quando attraversa uno di questi portali?»
È esploso in un’altra di quelle sue risate calde «Al contrario! Non so mai dove sto per andare.»
Il mio pediosco era finito, ho iniziato a pulire il piatto con il pane nero che ci aveva portato la donna e mi sono goduto il silenzio per qualche istante, cercando di mettere ordine ai miei pensieri. Non c’era mai completo silenzio tuttavia: nonostante il vociare sommesso della sala, il raschiare dei piatti, nonostante fossimo in una stanza chiusa, un po’ di quel canto melodioso permeava l’aria, come l’odore del cavolo che ti resta nelle narici dopo ore che l’hai cucinato. Solo che questo non è un suono pungente e fastidioso, più come le note di un violino malinconico suonato nella sala di un ristorante o un pianoforte alla stazione del treno.
Quest’uomo era giunto dalla terra, aveva seguito un sedicente mago che l’ha portato in un altro mondo attraverso una finestra sospesa a mezz’aria.
«Signor Werner?» ho alzato la testa dal mio piatto e ho guardato i suoi occhi neri «Quando ha attraversato la prima finestra con il Mago del Mondo, è arrivato qui? Nel regno di Banir, voglio dire…»
«No, signor de Rose. Ho dovuto affrontare delle prove, prima di tutto.» ancora parve perdersi nei suoi ricordi e per qualche minuto non disse nulla. Non ho voluto interromperlo e ho atteso.
Il mio sguardo è caduto sul suo taccuino. Un oggetto di fattura notevole. La pelle scamosciata della copertina non era colorata, ma ho notato ora nell’angolo in alto a destra un simbolo inciso. Non ero sicuro perché era piccolo, ma mi è sembrato un pentagono inciso in un triangolo rovesciato. Sarei stato curioso di sapere che cosa c’era scritto nelle pagine di quel quadernino, ma ho deciso che era ancora presto per chiedere una confidenza del genere. Sono tornato a puntare i miei occhi sul suo viso. La sua barba brizzolata era folta e curata. I capelli sale e pepe erano accompagnati all’indietro.
Mi ha guardato indulgente: «È un bell’oggetto, vero?» ha spostato il piatto e ha aperto il taccuino. All’interno ho visto schemi, disegni, appunti. Il tutto ben ordinato e scritto in una grafia pulita. Non c’erano sbavature o correzioni.
«Qui ho annotato tutto ciò che ho potuto in questi mesi trascorsi in mondi diversi.»
Lo sfogliava con lentezza. C’erano disegni di stelle unite a formare costellazioni che non avevo mai visto, finestre di varie forme attraversate da linee che conducevano a domande e appunti.
«Può tornare indietro di una pagina?» gli ho chiesto quando qualcosa ha attirato la mia attenzione. «Quello.» ho indicato un albero dalla folta chioma. «È l’albero che ho visto nella piazza vicino al palazzo bianco qui a Proxima?»
Ha sfiorato l’immagine tracciata a penna quasi con nostalgia: «No, questo è un albero diverso.» si è schiarito la voce «Non so perché le sto raccontando tutte queste cose, signor de Rose. Di solito non sono così aperto nel parlare dei fatti miei e questi appunti non li ho mostrati a nessuno finora. Eppure c’è qualcosa nella sua curiosità che mi ricorda un ragazzino che conosco.» ha sorriso «Fiordispino si chiama. E nei suoi occhi vedo la passione infuocata di Emme, un’altra donna conosciuta nei miei viaggi. Ma percepisco anche il suo attaccamento alla sua terra, sebbene non ne abbia parlato finora, e questo mi riporta a Taros, un uomo semplice, ma determinato e curioso. Per cui le dirò, signor de Rose, che questo albero si trova su un altro pianeta, nel cuore della Grande Foresta. È un albero come non ne ho visti di eguali. Un platano tanto alto da arrivare quasi a toccare le nuvole. Per abbracciare il suo tronco ci vogliono almeno tredici persone.»
«E come mai si trova nel suo taccuino? L’ha visto?»
I suoi occhi si sono illuminati: «L’ho visto. Mi ci sono arrampicato. Ho conosciuto la regina che lo abita…» ha sospirato e si è lasciato andare con la schiena appoggiata al muro dietro di sé. Una gioia estatica si è dipinta sul suo volto.
È rimasto così per qualche momento, mentre io cercavo di leggere le frasi scritte in piccolo ai margini della pagina.
La donna è venuta a ritirare i piatti e i boccali ormai vuoti. «Ce ne porterebbe altre due?» ha chiesto Frank Werner in tudioma, mentre si raddrizzava. Si è voltato di nuovo verso di me e ha preso a sussurrare: «Il faggio che hai visto nella piazza è uno degli Alberi Sacri di Coraglia.»
«Che cos’è Coraglia?» anche io mi sono adattato al tono cospiratorio.
«Il nome di questo pianeta.»
«Gliel’ha dato lei? O lo chiama così la gente di qui?»
«È il nome in tudioma che gli abitanti di queste terre gli hanno dato.»
«Mi fa pensare all’immensa betulla che ho visto quando sono stato sull’isola di Tricora dei Verdi Laghi nella Sovranìa di Sarsia.» ho sentito un brivido scorrere sotto la pelle per quell’illuminazione subitanea.
Mi ha avvicinato il quadernino e mi mostrato un’altra pagina in cui aveva disegnato quattro alberi. I disegni non erano perfetti, ma di certo c’erano un faggio e una betulla. Un altro poteva essere una quercia, mentre il quarto non l’ho riconosciuto.
«Questi Alberi sono collegati tra loro, uniti nella forza vitale di questo pianeta, ma anche al Vecchio Platano della Grande Foresta, anche se ancora non ho capito come.»
La donna è tornata con le nostre birre al carciofo. Quando si è allontanata, Frank Werner ha ripreso a parlare sottovoce: «Sono abbastanza certo che qualcosa minacci tutti e quattro questi alberi e io sono qui per aiutare a difenderli.»
«In che modo sono minacciati? Che cosa vuol dire che deve aiutare a difenderli?»
Mi si è fatto più vicino: «Non lo so.» ho visto la frustrazione nei suoi occhi «Ho studiato libri di storia nel Grande Archivio Reale di Ca’ Mampagna, ho letto il cielo e gli eventi celesti. La notte bilunare si avvicina.»
«La notte bilunare?» avevo visto le due lune nel cielo al mio arrivo in Sarsia e me ne ero stupito. La piccola luna d’occidente e la grande luna di settentrione. Riga e Fuga, le chiamano in Sarsia. Fuga non è mai tramontata da quando sono qui, mentre Riga sembra seguire un ciclo simile alla luna della terra.
«È la notte in cui entrambe le lune splendono piene nel cielo. È un evento raro che avviene ogni duemilacinquecentottantaquattro anni. L’apparizione delle due lune piene nel cielo ha avuto conseguenze nefaste l’ultima volta e tutto si sta preparando per accadere di nuovo.»
«Che cosa è successo l’ultima volta?»
«Un'esplosione vulcanica ha distrutto la capitale del regno, la città che ora si chiama Banir e che allora era Bagliore.» stava per aggiungere altro, ma ha chiuso la bocca e si è ritirato di nuovo contro il muro.
«Che cosa voleva aggiungere?»
Ha fatto schioccare la bocca e ha preso un sorso di birra: «Si dice che l’esplosione sia stata dovuta alla liberazione di un demone che ha quasi distrutto l’intero regno. La leggenda narra di quattro stregoni o maghi mandati dalla dea del sole Bayanadir e che costoro abbiano confinato il demone in un’altra prigione.» ha fatto una pausa «Tutte leggende, naturalmenente. Ma qualcosa è successo. Il nome di Banir deriva proprio dal nome della dea del sole. La capitale è stata ricostruita nello stesso posto…» Ha fatto un sospiro e si è passato la mano destra nei capelli, spingendoli indietro.
«Lei non ci crede, vero?»
«Come posso crederci? Io sono uno scienziato, un astronomo. Dio non è mai stato parte della mia vita. Ne parlavamo spesso con la mia collega e amica Margherita Hack.»
Quel nome ha risvegliato in me dei ricordi di casa: la presentazione di un suo libro, un autografo, una foto. Per qualche momento mi sono perso nella mia memoria e non ho più ascoltato Frank Werner.
«Signor de Rose, mi sta ancora ascoltando?»
«Mi scusi, stavo ricordando il mio unico incontro con quella donna ammirevole.»
Ha annuito: «Capisco che cosa vuole dire. Non era una persona che si dimentica facilmente.» ha sorriso «Le stavo dicendo che una minaccia sopraggiunge dalle Montagne Rocciose, un esercito si appresta a scendere su Banir e io devo mettere insieme tutti i pezzi prima del loro arrivo, se voglio aiutare la regina Dinisa a sconfiggerli. Questo è il mio compito. Questo il motivo per cui sono in questo regno. Questo lo scopo di cui parlava il Mago del Mondo.» Si è preso il volto con le mani e ha emesso un brontolio sommesso.
«Signor Werner, Frank…» non sapevo bene che cosa dire, avrei voluto aiutarlo, ma come potevo? «Io conosco molto poco di questo pianeta, sono qui solo da poche settimane e non ho idea di come ci sia arrivato o del perché mi ci trovi. Finora la strada mi si è aperta da sola davanti agli occhi: giungo in un luogo finché qualcuno o qualcosa mi accompagna altrove. Non so se credo in un dio, ma credo che non sia un caso se ci siamo trovati qui oggi. Passavo per caso in quella piazza quando ho visto la finestra aprirsi e lei uscirne. Crede che sia solo una coincidenza?» gli ho preso il polso per invitarlo a togliere le mani dal viso «Posso?» ho preso il taccuino mentre lui annuiva e ho cominciato a passare dalla pagina con il platano a quella con i quattro alberi. Ho sentito il suo sguardo su di me, mi sentivo addosso la sua frustrazione, ma anche la sua speranza. Era pesante.
Ho chiuso il quadernino e ho preso un lungo sorso di birra frizzante. Mi stavo abituando a quel gusto così diverso dalla birra che conoscevo. Con le dita della mano sinistra sfioravo la copertina di pelle scamosciata, mi dava una sensazione di conforto, come quando si accarezza un cane, come quando… Il flusso dei miei pensieri si è interrotto quando ho toccato qualcosa di irregolare sulla superficie altrimenti soffice. Ho appoggiato il boccale sul tavolo e ho guardato l’oggetto con un sorriso sgargiante.
«Frank, hai inciso tu questi simboli in questo angolo?» non mi sono nemmeno reso conto di essere passato al tu.
«Sì. È un simbolo elegante che ho trovato in uno dei libri del Grande Archivio.»
«Guardalo. Guardalo bene.»
Lui l’ha osservato, ma nei suoi occhi c’era confusione: «Che cosa vuoi dire, Giuse?»
«Non vedi? Quanti Alberi Sacri ci sono su questo pianeta?»
«Quattro, te l’ho detto poco fa…»
«E uno si trova sul pianeta gemello, se vuoi chiamarlo così.»
«Sì, il Vecchio Platano.»
«E se fossero tutti uniti? E se fossero cinque e interconnessi?»
In quel momento i suoi occhi si sono spalancati e ho visto la comprensione entrargli dentro la pelle.
«Vorrebbe dire che chiunque stia cercando di attaccare questi alberi, in verità vuole distruggere quello che si trova nella Grande Foresta. È questo che stai cercando di dire?»
«Credo di sì…»
«E il triangolo?»
«Un sole e due lune.» ho detto semplicemente.
Lui mi ha guardato. Credevo che avrebbe fatto un salto dalla gioia.
«Giuse!» i suoi occhi brillavano «Avevi ragione! Questo incontro non era casuale. Dovevo trovarmi qui oggi per incontrare te. Prost!» ha alzato il boccale per brindare con me.
«Agli incontri voluti da Bayanadir.» ho sorriso mentre legno cozzava contro legno.
Mi ha fatto l’occhiolino e ha bevuto la sua birra.
Quando ha riappoggiato il boccale sul tavolo la sua espressione è cambiata: «È giunto il mio momento.» stava guardando fuori dalla finestra.
Mi sono voltato e ho visto qualcosa emettere un leggero bagliore nella notte. «Devi andare?» ho sentito addosso una tristezza che mi ha quasi sopraffatto. La gioia di aver incontrato qualcuno di così vicino si è spenta quando ho capito che era il suo momento di partire.
Lui ha annuito: «Questo è stato un incontro fondamentale per me. Non ti dimenticherò, Giuse de Rose e chissà, forse un giorno ci troveremo di nuovo.»
Ha appoggiato dei soldi sul tavolo, ha indossato cappotto, berretto e sciarpa, ha messo il taccuino nella tasca e mi ha abbracciato.
Mi sono aggrappato a lui: «E se venissi con te?»
«Non credo sia possibile… E ho visto troppe cose accadere attraversando quelle Piccole Finestre Aperte… non vorrei ti succedesse qualcosa di brutto.»
«Non mi importa. Ora attraverso con te».
Ho indossato la giacca e lo zaino e l’ho seguito fuori dalla locanda.
La cornice era blu, semplice e rettangolare. La maniglia in ottone.
Frank l’ha aperta e mi ha guardato: «Sei sicuro? Non ho idea di che cosa potrebbe accaderti.»
«Sono sicuro. Me lo sento. È la cosa giusta da fare.» e me lo sentivo davvero.
I canti del Tempio erano più nitidi ora nell’aria fresca della notte appena iniziata. Senza parole, parlavano di coraggio, di ponti, di viaggi.
«Dopo di te, Giuse de Rose.»
Ho guardato il mio compagno e ho annuito. Ho stretto la maniglia di ottone e ho spalancato le ante. Dall’altro lato si vedeva solo la parete bianca dell’edificio di Proxima che si trovava dietro la cornice.
Ho fatto un respiro profondo, ho lanciato un’ultima occhiata a Frank Werner e ho attraversato.




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