01 Il viaggio di Giuse de Rose - Kalù dell'alta torre
Questo racconto è il primo di una serie di undici.
Mostrano alcune delle mie avventure nei mondi che ho creato.
Seguitemi! E se vi perdete, ci vediamo al Granchio Blu di Anàrkia!
Leonde è stata dalla nostra parte. Il viaggio sul Mare di Bronzo è durato otto giorni, una traversata che mai dimenticherò. Sono stato ospite della capitana Silenia sul maestoso veliero Redania. Eravamo ottantanove a bordo. La sera cenavo nella Sala del Consiglio con le sue ufficiali. Io l’unico passeggero. Non abbiamo incontrato ostacoli.
Viaggiando non lontano dalla costa la mattina guardavo la luce dell’alba colorare il mare di quella tinta bronzata a cui deve il nome e le Montagne Rocciose si coronavano di una luce dorata sovrastando il mare come giganti con sulla testa berretti bianchi di neve.
La Redania era troppo grande per poter entrare nel porto di Anàrkia, così ho avuto l’onore di essere scortato a riva in una scialuppa dalla Nosdama Crilia, una donna ben piantata, con bicipiti possenti e gambe massicce. Il vento mi sferzava le guance nel gelido inverno, un vento che sapeva di mare e di avventura.
La città sorgeva su un lido artificiale di rocce - mi sono chiesto come le avessero trasportate fin lì - ed era abbracciata da bassi rilievi. Un faro bianco e azzurro, quasi maestoso come quello di Paese sul Mare, era stato costruito su uno dei bracci del lido e due torri imponenti sorvegliavano l’ingresso del porto, due stendardi appesi dalle strette feritoie. Le case dietro le torri erano colorate, come gli scuri di legno delle abitazioni di Paese sul Mare. Ho sorriso al ricordo di quell’anfiteatro sul mare. Qui l’atmosfera era diversa: c’era un sapore antico in quelle mura, un sussurro di storia che a Paese sul Mare non ho potuto udire. Antico, ma non trasandato. Nell’aria sfrecciavano piccoli uccelli marroni con lunghe penne timoniere verdi: erano code di porto, una specie - mi aveva raccontato la capitana Silenia - che si trova solo sulle coste di Banir, fa piccoli nidi fra le pietre delle case e si nutre di insetti e resti che trova nel porto.
Il tramonto di bronzo gelato.
Ho estratto le mani dalle tasche solo per essere aiutato a scendere dalla scialuppa. Ho salutato la Nosdama portando la mano destra alla spalla sinistra, come mi avevano insegnato in Sarsia, e mi sono incamminato per le strade della città con il mio zaino colorato sulle spalle. Non è stato difficile trovare la locanda che mi aveva indicato la capitana.
L’edificio era azzurro, gli scuri di legno rosso scuro. Sul portone era appesa un’insegna ondeggiante a rappresentare un granchio e sotto, in lingua comune, si leggeva “Il Granchio Blu” in caratteri arzigogolati. È stato un sollievo varcare la porta rossa ed entrare nel salone poco affollato. Dentro nella parete a sinistra scoppiettava un fuoco vivace in un grande camino di pietra. Senza indugio mi ci sono diretto per scaldarmi le mani e il viso.
Un brusio di voci dietro di me mi ha portato presto a voltarmi per osservare la scena: seduti a diversi tavoli ci saranno state una quindicina di persone. La maggior parte parlava una lingua che non capivo, qualcuno invece comunicava in quell’idioma comune che nelle settimane precedenti avevo avuto modo di padroneggiare e che qui chiamavano tudioma. Per fortuna non era tanto distante dalla mia lingua madre.
La stanza era semplice: pareti di roccia, tavoli lunghi di legno, candelabri dal soffitto, un bancone alto con sgabelli di legno. Lì dietro stava un uomo dall’aria stanca, aveva occhiaie nere e gli occhi arrossati. Mi ha guardato per un momento e mi è parso che sbuffasse.
Quando anche il mio posteriore si è ripreso dal gelo di fuori, mi sono seduto a un tavolo da solo e ho atteso. Di fronte a me, sopra la porta d’ingresso, era appeso un dipinto di una donna. Ho immaginato che si trattasse della regina a causa della corona che le avevano disegnato sulla testa e dello stendardo con il simbolo di Banir: un gonfalone verde su cui stava un cervo dorato con una zampa sollevata. Aveva i palchi maestosi di una creatura antica.
Non ho dovuto attendere molto perché l’uomo dagli occhi rossi si avvicinasse. Aveva i capelli sporchi e da vicino ho potuto notare profonde rughe su tutta la pelle del viso.
Ha parlato con voce bassa, trascinando le parole nella lingua di quel regno.
«Mi spiace, non comprendo.» ho detto in tudioma.
«Straniero, eh?»
Ho annuito con un sorriso cordiale.
«Che cosa ti servo?» aggiungeva un lungo espiro ogni volta che terminava una frase, come se stesse arrancando per vivere.
«La capitana Silenia ha detto che qui servite il migliore cardamone dei quattro regni e vorrei assaggiarlo.» non avevo mai provato quel pesce, ma da come me l’ha descritto la capitana, mi ha fatto pensare alle nostre cernie atlantiche.
«Da bere?» ha espirato con stanchezza.
«Un sidro di costico.» quello invece era stato un suggerimento della Nosdama. Mi aveva detto che il costico è un albero dalla corteccia sottile. Essa viene messa a macerare in acqua di mare. Dopo alcuni mesi si dissolve e il liquido viene filtrato diverse volte in panni di lino pieni di sabbia che lo puliscono e ne tolgono il sale. Diventa una bevanda ambrata dall’aroma intenso e poco alcolica. A Banir accompagna molti pasti, soprattutto in inverno.
L’uomo dai capelli unti si è allontanato con un sospiro ancora più lungo.
Mentre mi guardavo attorno, ho notato un uomo che sembrava interessato a me. Non sono sicuro di poter dire che mi osservava, giacché i suoi occhi erano coperti di un velo biancastro e mi sono chiesto se ci vedesse davvero. Sedeva poco lontano da me, i capelli grigi spuntavano da un berretto marrone. Una barba bianca come la spuma delle onde riempiva il viso magro. Il volto era ricoperto di rughe, come la corteccia di un pino marino. Indossava abiti semplici, ma curati.
Dopo avermi osservato un po’ si è alzato e, seguendo il bordo del tavolo con le mani, si è seduto di fronte a me spostando uno sgabello senza fare il minimo rumore.
«Come ti chiami, straniero?» la voce grattava come i ciottoli mossi dalle onde sul bagnasciuga.
«Giuse de Rose. E tu?» le sue mani dalle dita affusolate e rugose erano incrociate sul tavolo.
«Tutti mi chiamano Occhi di Nebbia.» ha indicato i bulbi oculari col dito indice.
«Non hai nome?»
«Non viene usato da molti anni. Prima dell’avvenimento mi chiamavano Occhi d’Aquila. L’ultima ad avermi chiamato per nome è stata mia madre e lei è morta quando avevo dieci anni.» la sua voce ha avuto un fremito quando ha nominato sua madre, quasi impercettibile, come la ghiaia che si ferma tra il ritrarsi di un’onda e il sopraggiungere della prossima.
«Non vorrei suonare inconveniente, ma posso sapere che cosa è susseguito?»
L’uomo di fronte a me ha riso e io l’ho guardato curioso: ora volevo sapere a ogni costo che cosa era successo.
«Forse non vuoi suonare inopportuno, e vorresti sapere che cosa è successo?» La sua risata ha riempito la stanza come il mare che si infrange sugli scogli e ho capito che rideva della mia poca conoscenza del tudioma. Mi sono sentito arrossire e ho abbassato lo sguardo con un sorriso imbarazzato.
«Suvvia. Vieni da lontano immagino… Da quanto tempo studi il tudioma?» ha allungato una mano ruvida e l’ha posata sul mio avambraccio.
«Da quasi sei settimane, da quando sono arrivato in Sarsia.»
«Ah, se l’ha imparato da quelle sconsiderate delle sarsiane, si spiegano molte cose. Ma non temere, Occhi di Nebbia qui ti insegnerà delle cose utili!» ha ritratto la mano mentre l’oste appoggiava un calice di sidro di fronte a me con uno sbuffo.
«Portane uno anche a me, Righilio!» ha detto Occhi di Nebbia dopo essersi scolato quel che restava del suo con un gran sorriso «Mi sa che avrò bisogno di irrorare la bocca molto a lungo: questo straniero ha bisogno di qualche buona dritta.» La voce graffiata si è alzata nella stanza poco affollata, attirando gli sguardi degli astanti. Mi sono sentito ancora più in imbarazzo ed ero certo che le mie guance stessero per prendere fuoco. Giusto per fare qualcosa ho portato il calice pieno alla bocca, ma l’ho inclinato forte e mi sono rovesciato parte del liquido sulla maglia.
«Suvvia Giuse - posso chiamarti Giuse? - non è nulla. Si fa per ridere.» La risata grattava ancora il mio orgoglio e ho preferito non guardarlo in faccia. «Sono impressionato che tu sia riuscito a imparare così bene in sole sei settimane. E per di più da quelle pescivendole della beneamata Sovranìa di ‘sto granchio!» ha riso ancora più forte terminando in un eccesso di tosse catarrosa che ha pulito su un fazzoletto.
«Successe molti anni fa.» La voce è cambiata. Dietro il velo di nebbia biancastra le sue iridi si sono mosse come alla ricerca di qualcosa. «Era una notte di vento e io stavo sulla torre in attesa della nave che doveva giungere dalla Sarsia. Le onde sbattevano sugli scogli sotto di me e la luce del faro tremolava. Poi d’un tratto il vento si placò, come per magia. Mai vista una cosa del genere… Grazie Righilio.» L’oste ha posato davanti a me il cardamone e un boccale di sidro per il mio compagno, lui ha preso un lungo sorso, ma io non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. «Giunse dal mare, nell’aria immobile. Una nebbia che salì su per le pietre della torre, avvolse il faro e fu buio, completo. Avvolse il cammino di ronda della torre e non riuscivo più a vedere oltre cinque palmi dal mio naso. Anarkìa era sparita.»
Ho atteso che riprendesse dopo aver bevuto un altro sorso di sidro. Ma lui è rimasto immobile e muto.
«E poi?» ho chiesto dopo alcuni minuti.
«E poi cosa? E poi niente! Per tutte le maledizioni di Gösterish! Non ho più visto niente da allora.»
«Senza sapere perché? Senza sapere che cosa ti sia passato davvero?»
«Già… così è.»
«Non sei andato da un guaritore?»
«Che cosa ti credi, ragazzo? Che sono stupido? Sono stato da maghi, guaritori, sciamani… perfino, mi son fatto accompagnare dagli elfi - quegli imbecilli mangia-carote.» La sua voce grattava ora come la pietra ruvida di Anarkìa.
«Elfi?» non riuscivo a credere alle mie orecchie.
«Sì, per gli dei lunari! Elfi! Capaci solo di guardare le stelle e mangiare foglie!» ha battuto un pugno sul tavolo che è risuonato come un tuono nella sala silenziosa destando qualche altra occhiataccia.
«Non sapevo ci fossero elfi in questo regno.»
«Anche troppi, se vuoi il mio parere, Giuse. Se ne stanno nei boschi di Proxima, per fortuna non ne escono quasi mai. Non ti fidare di loro.»
Mi sono fermato a riflettere e ho preso un sorso di sidro. All’inizio mi è parso amarissimo, quasi fastidioso. Non avevo mai bevuto niente del genere. Stavo per sputarlo fuori, ma mi sono reso conto che sarebbe stato molto scortese quindi ho deglutito con un po’ di fatica. Mentre scendeva in gola tuttavia, sono stato sorpreso dal retrogusto: era appena salato eppure anche dolce e scaldava lo stomaco meglio delle tisane che bevevo con mia sorella o della grappa che tanto amo.
Non so come abbia fatto a capirlo, ma il mio compagno di fronte a me ha sorriso come se riuscisse a vedere le mie espressioni: «Ti piace eh? Fa sempre quell’effetto di amarezza al primo sorso, ma poi scende e scalda che è un piacere. Più di un letto occupato.» il suo sorriso era quello di chi intende più di ciò che ha detto e sono arrossito di nuovo mentre pensavo alla compagnia di un’altra persona sotto le coperte.
Volevo cambiare argomento e mentre curavo il pesce di fronte a me, gli ho chiesto se sapesse come mai il simbolo del regno fosse un cervo.
«Il cervo era il simbolo dei fratelli Osonda che hanno fondato questo regno. Ora sono tante le famiglie che ce l’hanno nel loro blasone e che vantano discendenza diretta, ma ci sono solo tre famiglie ad esserlo davvero.»
La pelle del cardamone si è staccata con facilità e ha lasciato scoperta una carne appena rosata. Ho continuato a tagliare per togliere la lisca mentre chiedevo: «E chi sono queste famiglie?»
«Be’, una è la famiglia reale, naturalmente!» ho annuito senza riflettere e la sua voce proseguiva grattando le mie orecchie in un modo che ormai mi sembrava familiare e quasi accogliente: «Due famiglie sono qui ad Anàrkia: Qualdan e Atloven.»
Due avventori si sono avvicinati a noi mentre Occhi di Nebbia parlava.
«Stai per raccontare la storia di Kalù?» ha chiesto uno dei due. I capelli corti erano neri come la notte.
«Se il buon Giuse, qui, ha voglia di sentirla.»
Io ho annuito: «Certo!»
«Badìr! Devi dire “Badìr” se vuoi imparare qualcosa di locale.» ha detto la donna che si era avvicinata con dei lineamenti appuntiti e un sorriso.
«Badìr!» ho detto io ricambiando.
«Molto bene. Allora ti racconterò la storia di Kalù Atloven dell’alta torre.»
Avevo pulito per bene il mio pesce e ne ho messo in bocca un pezzo: la carne si scioglieva sulla lingua come cioccolato al latte. Il gusto mi ha riempito le papille, non avevo mai assaggiato un pesce tanto buono e mi sono chiesto se sarebbe stato lo stesso se non avessi avuto ancora il retrogusto del sidro di costico in bocca. Sembrava che i due fossero fatti per esistere assieme. Sembrava che l’uno dipendesse dall’altro. Prima di ogni boccone facevo un piccolo sorso di sidro e ho così ascoltato in silenzio la storia di Kalù.
Occhio di Nebbia ha estratto una pipa dall’aria antica dalla tasca e l’ha accesa prendendosi il suo tempo. Con la sua voce graffiante e il tono talvolta aggressivo ha iniziato a narrare in quella sera d’inverno al Granchio Blu.
C’era una volta - ma non è una storia per bambini - un piccolo Atloven. Il suo nome era Kalù. Viveva con i genitori all’ultimo piano dell’edificio viola sulle pendici del monte Gherav, alla periferia della città di Anàrkia. Erano poveri, bada bene. E i loro alloggi erano più piccoli di una caletta.
Se avesse potuto guardare fuori dalla finestra, il piccolo Kalù avrebbe potuto vedere tutta la città stendersi davanti ai suoi occhi, avrebbe visto le due torri del porto e il faro. E anche il mare poco oltre. Ma il piccolo Kalù soffriva di mal d’aria, aveva il terrore dei luoghi alti e non si avvicinava mai alla finestra.
Lapua e Romge, i suoi genitori, avevano tentato di incoraggiarlo: «Vieni, guarda laggiù il Mare di Bronzo, uno spettacolo senza eguali!» diceva lei talvolta al tramonto. «Non guardare in basso, Kalù, guarda dritto di fronte a te.» aggiungeva suo padre. Ma per il piccolo era come cercare di affrontare una tempesta: il suo stomaco iniziava a vorticare come una tromba d’acqua che si solleva dalla superficie e raggiunge la bocca. I suoi occhi si serravano tanto stretti da fargli male. Cadeva a terra pallido, madido di sudore e privo di sensi.
Infine si arresero, Lapua Atloven e Romge Sciunir.
«Quegli Atloven?» l’ha interrotto la donna con i lineamenti spigolosi.
Occhi di Nebbia ha aspirato una lunga boccata dalla pipa e ha annuito grave.
«Una di quelle famiglie che discendono dai fratelli Osonda?»
«Chi altri? Allora ascolti quando parlo, ah Giuse? Sei meno stupido di quanto sembra.» mi ha sorriso e io mi sono sentito un po’ orgoglioso.
«Quindi Kalù aveva del sangue reale?» ha chiesto l’uomo con i capelli neri come la notte.
Ancora una volta Occhi di Nebbia ha annuito. Poi ha ripreso il suo racconto.
Però erano caduti in disgrazia. Il tesoro della famiglia, i documenti ufficiali, tutto era sparito da un paio di generazioni.
Con i Qualdan non si scherza, dicono. “Figlio di Qualdan, figlio di Savash Katam.” “Se un Qualdan è nell’affare, voltati e non t’impicciarre.” “Lestofante impenitente, dei Qualdan è discendente.” Si sentono ancora oggi questi modi di dire. Non si sa se ce ne siano rimasti di quella stirpe, ma tale era la loro reputazione, che ancor’oggi se ne parla con orrore.
Perché te ne parlo, Giuse? Perché più di ogni altra cosa, odiavano gli Atloven e la stirpe reale. Si dice - e io ci credo - che questo fosse ciò che premeditavano da anni: appropriarsi di tutto ciò che apparteneva agli Atloven e poi passare ai reali per diventare i nuovi sovrani di Banir.
Non sto qui a raccontare tutto il passato del nostro regno, non è per questo che ho iniziato a parlare. O no, Giuse?
A Kalù e alla sua famiglia non era rimasto niente. Si diceva che uno degli antenati di Kalù avesse nascosto tutto per proteggerlo dai Qualdan.
Lo vedi il faro là in fondo? La luce che gira a proteggere le navi che si avvicinano alle nostre coste? Quella torre non era ancora terminata al tempo di Kalù. Era rimasta ferma e abbandonata a causa di un’epidemia che aveva colpito la nostra terra.
Un giorno Romge ci andò in cerca di lavoro. Voleva guadagnare qualche soldo per superare l’inverno. E non fece più ritorno.
Ora, devi sapere, Giuse, che giravano storie secondo cui il faro era abitato dai fantasmi dei morti durante l’epidemia. Baggianate! Se vuoi sapere la mia. Storie inventate per spaventare, come le sirene e gli altri mostri degli abissi.
La povera Lapua era spaventata, preoccupata, come ben puoi immaginare. Da quando erano poco più che ragazzini erano stati inseparabili come una coppia di cavallucci marini! Dopo tre giorni che Romge non tornava a casa prese il piccolo Kalù e, come posseduta, andò a cercarlo in lungo e in largo per tutta Anàrkia.
Vedi, Giuse... quella povera donna non gridava per farsi sentire. Sussurrava, con una voce che sembrava vetro rotto, trascinandosi dietro il piccolo Kalù che tremava d'altezza anche stando sul selciato. Entrava nelle botteghe come un fantasma che ha dimenticato di essere morto.
Si fermava davanti al fornaio, dove l'aria sa di lievito e cenere, e diceva:
«Mastro fornaio, che impasti il dolore, il mio Romge è svanito col sole. Cerca nel buio, tra il sacco e il granaio, cerca l'odore d'un uomo d'acciaio. Cercate, cercate, che il sangue è svanito, cercate lo Sciunìr che m'hanno rapito.»
Il fornaio scuoteva la testa, Giuse. Troppo lavoro, troppo fumo. Allora lei andava dal fruttivendolo, tra l'odore di terra marcia e radici storte:
«Uomo dei frutti, che scavi la terra, dimmi dove l'ombra il mio sposo rinserra. Fruga la cesta, la polvere, il fondo, cercatelo ai bordi di questo mondo. Cercate, cercate, che il freddo l'ha ghermito, cercate, cercate, che m'è sparito.»
E infine, straniero, arrivava al porto. Lì dove l'acqua del mare è bronzea e amara come il nostro sidro. Si parava davanti al pescivendolo, che puliva squame con un coltello troppo affilato:
«Uomo del sale, dai pesci d’argento, hai visto il suo corpo nel grido del vento? Guarda tra i lacci, nel fango del porto, dimmi che è vivo, che non me l'hanno morto. Cercate, cercate, che il mare è infinito, cercatelo, cercatelo... che m'è sparito.»
Niente! Niente di niente! Era forse diventato uno di quei fantasmi del faro? Era svanito come la nebbia sul mare al levar del sole.
A sentire le sventure della povera famiglia ho fatto una pausa dal mio cibo: fissavo il vecchio di fronte a me con il fiato sospeso. Lui portava la pipa alla bocca di quando in quando e parlava con quella voce roca e graffiante adatta alla storia che stava raccontando.
Anche l’oste, tra uno sbuffo e un altro, si era seduto con noi portando altro altro sidro per tutti e ascoltava quello che sembrava uno dei racconti favoriti in quella locanda.
Occhi di Nebbia ha fatto un lungo sorso prima di riprendere, godendosi l’attenzione.
Infine ha ricominciato, facendosi più serio.
Nell’ombra, tutto quel chiedere e quel correre qui e là, aveva attirato l’attenzione di qualcuno. Un uomo si presentò alla porta di casa. Una lunga figura. Kalù non lo vide mai in volto, giacché l’uomo non volle entrare, ma ne udì la voce, una sorta di cantilena melodiosa, ma che aveva in sé qualcosa di stonato, qualcosa che non convinceva il piccolo Kalù. Come i fantomatici canti delle sirene.
«Buona donna che vivi quassù e cerchi colui che ami con disperata speranza, sappi che il tuo Romge vive. È intrappolato lassù sulla torre del faro. Lì, lontano da tutto in una sala isolata, trascorre i suoi giorni e deperisce. Ma non c’è modo di raggiungerlo, per uomo o bambino, donna o infante, ché senza scale e in volo vi si può arrivare.»
«Buon uomo, uomo gentile, come vi è giunto, se non per magia? Come ha scalato la torre senza scale? Chi l’ha costretto e confinato lassù dove nessuno può arrivare?»
«Un mago malvagio, un mago potente, l’ha nascosto alla vista del mondo e della gente. Ma non temere, io son pronto e vorrei aiutare come posso. Vieni con me, nella mia casa, vi proteggerò e per voi lo cercherò.»
Lapua era disperata, come una balena a cui le orche abbiano appena divorato il piccolo. Prese poche cose e guardò il suo piccolo: «Vieni Kalù, seguiamo quest’uomo. Ci aiuterà a trovare papà.»
Il bambino non era molto convinto, c’era qualcosa di strano in quell’uomo alto e senza volto che non gli piaceva, ma che cosa poteva fare lui, un bimbo di appena otto anni, se non seguire sua madre.
L’uomo incappucciato li accompagnò in una piccola casetta non lontano dal porto e li fece entrare in una stanza dall’odore di mucido stantio. Come la cambusa di una vecchia nave che non vede terra da mesi.
Si prendeva cura di loro e usciva di giorno per cercare Romge - o almeno così diceva a Kalù.
Portava a casa funghi che la mamma cucinava e che Kalù odiava, verdure e carne che trovavano posto in grandi pentole e divenivano stufati. Ma l’uomo non mangiava mai con loro.
Con il passare dei giorni la mamma perdeva le forze. Ogni volta che l’uomo tornava a casa gli chiedeva se avesse novità, ma lui negava. E ancora il piccolo Kalù non l’aveva visto in volto, giacché sempre portava un cappuccio.
Vedendo la mamma ammalarsi sempre di più, Kalù iniziò a pregare la nonna, morta l’anno prima: «Nonnina cara, fra le stelle lassù, guarda la mamma malata quaggiù. Ti prego aiutala, se puoi vieni e salvala. Aiutaci anche a salvare papà, tutto solo nella torre non ce la farà.»
Tre sere pregò così il piccolo Kalù e il terzo mattino Lapua non si svegliò. Rimase stesa nel suo giaciglio febbricitante. Kalù ebbe paura e corse a cercare l’uomo senza volto. Lo trovò subito fuori dalla porta di casa.
«La mamma! Aiuto signore, la mamma sta male.»
Lui entrò e per la prima volta tolse il cappuccio di fronte a Kalù. Aveva una faccia lunga, occhi che sembravano due abissi neri e spaventarono Kalù più della mancanza del padre o della malattia della madre.
«La tua mamma è malata, piccolo Kalù. È malata d’amore. C’è solo una cosa che la può salvare: bisogna riportarle tuo papà.» la cantilena aveva ancora quella nota stonata che non convinceva Kalù. Ma in quel momento era solo.
«Come facciamo?» chiese quindi con gli occhi lucidi.
«Ho chiesto, ho cercato, mi sono informato. C’è solo un modo per arrivare lassù: con le ali, in volo.»
«E chi può farlo? Chi sa volare?» chiese Kalù che iniziava a disperare.
«In un uccello ti posso trasformare per portare a tuo padre il conforto e la speranza.»
Kalù lo fissò con gli occhi pieni di terrore, come la sentinella in coffa che vede arrivare la tempesta di lontano.
«Povero Kalù! Non potrà mai farcela!» ho detto quasi in un sussurro.
Occhi di Nebbia mi ha puntato gli occhi offuscati addosso. Ha preso un lungo sorso di sidro e si è pulito la bocca con il dorso della mano.
«Che cosa faresti, Giuse, se ti dicessero che per salvare tuo padre devi affrontare la tua più grande paura?»
L’ho guardato per qualche secondo in quegli occhi velati, incerto se potesse vedere il dilemma dipinto sul mio volto. Che cosa avrei fatto io? Per prender tempo ho preso anche io un sorso di sidro, come per darmi coraggio.
«Non credo che ne avrei il coraggio.»
È scoppiato in una risata. È stato diverso da prima, quando mi derideva per il mio accento. Questa aveva il suono del vento forte tra le fronde dei pini a casa: un soffio in aumentare e diminuire d’intensità. Ha dato due colpi di tosse: «Allora è bene per Romge che fosse Kalù suo figlio, nevvero Giuse?» e ha riso di nuovo di quel soffio che mi ricordava il mare di casa.
Kalù guardò la mamma a terra inerme, pensò a suo padre tutto solo in quella torre e accettò.
L’uomo lo accompagnò al faro al tramonto «Ci vuole il sole di bronzo per questa magia.» gli disse mentre camminavano verso l’alta torre abbandonata.
Kalù rimase silenzioso durante il tragitto. Guardava le impalcature tremolanti al vento, il terrazzo dove ora si trova il fuoco e si chiedeva come avrebbe fatto a raggiungerlo, ad arrivare in cima e aiutare il papà a scendere.
Mentre era immerso in questi pensieri, erano arrivati alla base dell’alta torre incompiuta. Si voltò per scoprire che cosa sarebbe successo e si accorse di essere rimasto solo. L’uomo dalla lunga faccia ovale non c’era più. Tornò sui suoi passi e chiamò a forte, ma il vento portava via la sua vocetta sottile. Sedette a terra con le spalle alla torre e pianse. Non sapeva come arrivare alla casa dell’uomo, non aveva idea di come raggiungere la cima della torre, pensò di essere stato uno stolto a fidarsi, così come la mamma. Però lei era disperata. E lui pure. Era solo un bimbo di otto anni.
Il tramonto volgeva al termine. Si alzò a guardare i riflessi degli ultimi raggi che rendevano il Mare di Bronzo. Grosse lacrime gli scendevano sulle guance.
Poi… Mentre era lì a contemplare la distesa di acqua che sembrava infinita, si accorse che qualcosa stava accadendo.
Le braccia e le gambe iniziarono a dolergli. Un male come non aveva mai provato. Distolse lo sguardo dalla tavola di bronzo di fronte a sé e dal sole che inesorabile scendeva oltre la linea dell’orizzonte e vide le braccia ritrarsi, da minuscoli fori nella pelle uscivano piume. Stava rimpicciolendo. Stava cambiando.
Non fu un incantesimo pulito come quelli degli elfi, no. Fu un martirio! Immagina le ossa di quel poveretto scricchiolare come le sartie di una nave sotto tempesta.
Cosi improvviso come era iniziato, il dolore si placò. Stese le braccia e le guardò. Al loro posto erano spuntate due ali marroncine. Al posto delle gambe aveva due zampe nere con lunghi artigli. L’aveva trasformato in un coda di porto. E sai perché, Giuse? Perché quello è l’uccello dei poveri! Non è un’aquila che domina i venti, è un esserino che vive di scarti e vive tra le fessure dei muri. Un’altra umiliazione per il sangue degli Atloven.
L’uomo aveva detto la verità. Ma la notte era sopraggiunta e lui non aveva idea di come si fa a volare, povero cucciolo. Provò a sbattere le ali, si sollevò di qualche centimetro dal terreno e cadde a terra.
Spaventato chiuse le ali e si incamminò ballonzolando a cercare un rifugio. Si acquattò fra le rocce ciclopiche e attese il mattino.
A vedere la torre ora che era un minuscolo uccellino si spaventò ancor di più. Non sarebbe mai riuscito a raggiungere la cima. E anche se ci fosse riuscito, che cosa avrebbe potuto fare per aiutare papà?
Aggirò la torre a saltelli e raggiunse l’impalcatura. E ogni saltello era un colpo al cuore. Ora più che mai anche un gradino era un abisso.
Sai cosa fece? Non volò. Iniziò a scalare. Uso gli artigli per aggrapparsi al legno viscido. Un saltello, un battito d'ali disperato per non cadere, e poi di nuovo immobile, con gli occhi piccoli e neri sbarrati dal terrore. Sotto di lui, il Mare di Bronzo ruggiva contro la scogliera. Ogni ondata che si infrangeva sembrava una mano che cercava di tirarlo giù, nel nero.
"Non guardare in basso, Kalù," si fischiava tra i denti – o meglio, nel becco. Ma il vento di Anàrkia è un bastardo, Giuse. Gli soffiava sotto le piume, cercava di staccarlo da quella trave fradicia. E lui stava lì, a metà strada tra la terra che lo aveva tradito e un cielo che voleva ucciderlo.
Lassù, nella lanterna spenta, suo padre stava morendo di fame. E giù, nella città, sua madre stava morendo di magia. E in mezzo? In mezzo c'era solo un uccellino che tremava su un'impalcatura che oscillava nel buio.
Non era ancora arrivato a metà che una folata più forte quasi lo buttò giù dall’impalcatura. Terrorizzato si aggrappò con gli artigli al legno consumato, ai pali di ferro arrugginito, a ogni cosa potesse impedirgli di cadere. Disperato guardò in basso e il suo cuore ebbe un sussulto: il mare gli parve una bocca spalancata pronta a divorarlo, senza denti, senza labbra, senza becco; un unico immenso buco dove sarebbe caduto e finito nell’oblio. Spalancò le alette e fece un balzo che il vento allungò fino a fargli raggiungere la parete di pietre irregolari. Si infilò in un pertugio, poveretto, e lì rimase, tremante.
Non sarebbe più salito, non sarebbe più sceso. Come papà, sarebbe rimasto lì al buio a morir di fame. Pianse.
Da poco eran finite le lacrime quando si sentì tirare per le piume della coda. Era un tocco gentile, non del vento che volesse strapparlo al suo rifugio e scaraventarlo nel vuoto. Gli fece pensare alla mamma che lo prendeva per mano quando andavano al mercato.
Uscì dal suo nascondiglio e nel sole cocente vide un’aquila di fronte a sé. Maestosa e altera, uno dei grandi occhi penetranti puntato su di lui. Le punte delle piume brune sul suo corpo venivano alzate qui e là dal vento. Kalù dimenticò di essere in alto, su un’impalcatura precaria e si sentì al sicuro in quegli occhi gialli.
«Mio piccolo Kalù coda di porto, m’hai chiamato e son giunta in soccorso.»
«Chi sei?» chiese l’uccellino, che non osava sperare di aver ragione.
«Sono la nonna amata, Bayanadir mi ha mandata, per aiutarti non per sostituirti. Lo so che l’altezza è gran spavento, ma non aver paura ora del vento. È tuo alleato e protettore, apri le ali senza timore. Cavalcalo come se fossi il suo signor, ti porterà, se vorrai, più in alto del condor.»
«Ma… nonnina cara, e se cadessi? Non sarei che una macchia fra i sassi.»
«Vieni con me, bambino mio, ti insegnerò io. Tu guarda avanti e stai sicuro; sei uccello, volare è facile, te lo giuro.»
Non più spaventato grazie alla presenza della nonna, si lanciò con lei come un gabbiano che avvisti un pesce sotto la superficie. E volò. Volò il piccolo.
«Vedi piccolo mio com’è facile? Anche per un uccellino così gracile. Un’altra cosa ti dico, Kalù: cerca tra gli scogli nella falesia laggiù. La nostra famiglia è potente, aspettava solo un erede fervente. Gli Atloven ritroveranno il loro posto e il malvagio Qualdan avra ciò che è giusto.»
Poi si svegliò. Già… non era stato che un sogno, Giuse! E aprendo gli occhi si trovò nel buio del suo anfratto. Rimase ancora qualche istante lì spaventato, ma poi si decise. La voce della nonna ancora nelle orecchie.
Si avvicinò al bordo dell’impalcatura instabile e guardò giù. Ancora vide il mare, una bocca pronta a inghiottirlo nei suoi flutti. Strinse gli occhi e fece un passo indietro. Li riaprì e guardò davanti a sé. Aprì le ali e si lasciò andare. Ed ecco il vento che gli era stato nemico, ora lo sosteneva come il più prezioso degli alleati. Si chiese se era così che si sentiva la vela maestra.
Ridendo di felicità fece qualche capriola in aria. Era facile, era divertente. Come aveva fatto ad aver paura?
Cinguettando di gioia puntò lo sguardo verso l’apertura della torre in alto. Un po’ accompagnato dai venti, un po’ sbattendo le piccole ali marroni, vi si diresse a gran velocità. Volava spedito come la freccia scagliata lontano.
Ma un grido stridulo risuonò lì vicino…
Occhi di Nebbia ha sospirato, ha terminato il suo sidro e ha chiesto all’oste svogliato di portargli un altro boccale.
Io pendevo dalle sue labbra: «Che è successo? Che cos’era quel grido?» gli ho chiesto allungandomi sulla tavola.
L’uomo ha riso della sua risata graffiante: «Pazienza, straniero. Ho la gola secca. Appena mi sarò dissetato riprenderò.» era chiaro quanto fosse felice di avere gente interessata attorno.
Io ho battuto un pugno sul tavolo per la frustrazione e mi sono girato a guardare Righilio che con lentezza snervante apriva una bottiglia piena del liquido ambrato e la versava nel boccale. Mi sono accorto che la mia gamba destra si muoveva frenetica sotto il tavolo e mi sono girato a guardare gli altri due. Sorridevano. Conoscevano già la storia e di certo sapevano come era fatto Occhi di Nebbia.
«Ti sei affezionato al piccolo Kalù, nevvero, Giuse?»
«Be’, certo! E sono qui ad attendere che continui… Ho tutti i nervi sottopelle che si agitano!»
Ha riso di nuovo: «Ecco, ecco, ora viene il mio sidro e poi continuo.»
Righilio è arrivato e l’uomo dagli occhi bianchi ha bevuto un sorso lungo e lento.
Io ho alzato gli occhi al cielo, ma lui ha ripreso dopo aver ruttato e poggiato il calice sul tavolo.
Un richiamo giunse dall’alto. Kalù rallentò e si guardò attorno appena in tempo per vedere un gabbiano lanciarsi in picchiata verso di lui. Si scostò con un guizzo elegante di cui non sapeva di essere capace e il gabbiano urlò di frustrazione con la sua voce stonata: «Maledetto Atloven! Ho fatto bene a controllare. Non saresti dovuto sopravvivere alla notte!»
Nei fastidiosi richiami del gabbiano, Kalù riconobbe la voce dell’uomo dal volto lungo, quello che aveva rinchiuso papà e avvelenato la mamma. Se ne rese conto in quel momento: aveva architettato tutto. Non sapeva perché.
Non ebbe tanto tempo per pensarci, perché l’uomo riprese l’attacco. Per un po’ lottarono nell’aria e il piccolo Kalù schivava il suo becco e i suoi artigli nascondendosi tra i pali e le travi. Non poteva andare avanti tanto, si sarebbe stancato prima del grande uccello bianco. Si nascose in un anfratto tra le pietre e pensò.
Pensò alla nonna, alla mamma, al papà. Tutto dipendeva da lui.
Ebbe un’idea.
Si lanciò nel vuoto e iniziò a volargli attorno. Era lesto e piccolo. Con il beccuccio colpiva le ali del gabbiano che lanciava urla e maledizioni nel vento.
Si nascose di nuovo e lo osservò volare in grandi cerchi per cercarlo. Il gabbiano non sembrava più tanto sicuro nell’aria, le ali dovevano fargli male dove il becco appuntito l’aveva colpito. Quando fu il momento giusto, Kalù uscì dal suo nascondiglio e si lanciò come una freccia contro il suo petto. Il gabbiano emise un verso lamentoso e insieme iniziarono a precipitare. Kalù sbatteva le ali più che poteva per spingere il corpo sempre più veloce verso gli scogli sotto di loro. Il gabbiano strillava di dolore, ma non riusciva a riprendersi, non riusciva a rallentare la caduta. Kalù vedeva solo bianco davanti a sé, non aveva idea di quanto mancasse a raggiungere il suolo, sapeva solo che se l’avesse fatto avrebbe sconfitto l’uomo malvagio e qualcosa dentro di lui gli diceva che ciò avrebbe rotto i suoi incantesimi. I due continuavano a precipitare, gli dolevano le ali.
Infine lo schianto. Un attimo di dolore. Poi non ci fu più. Tutto sparì e la sua coscienza si perse.
Sentivo gli occhi umidi che bruciavano. Povero Kalù. Non aveva pensato che spingendolo a quella velocità sarebbe morto anche lui?
«Dimmi ti prego Occhi di Nebbia…» la mia voce tremava un po’ «…che cosa successe poi?»
Lui ha sospirato. Si è raddrizzato bene sulla schiena e ha stretto le mani contro il boccale.
«Kalù si svegliò.»
Ho tirato un sospiro di sollievo: «E il gabbiano? Voglio dire, l’uomo malvagio?»
«Il suo corpo era stato ritrovato sugli scogli… una vista per pochi dallo stomaco forte, te l’assicuro.»
«Quindi era tornato uomo? Anche Kalù è tornato bambino?»
Ha annuito.
Quando si svegliò, il piccolo Kalù era nella sua casetta al piano più alto dell’edificio sulle pendici del monte Gherav. Sua mamma e suo papà erano con lui. Per qualche momento si chiese anche se non avesse sognato tutto. Ma subito la mamma e il papà gli si avvicinarono e lo strinsero piangendo.
«Kalù! Piccolo Kalù! Non so come hai fatto, ma ci hai salvati!»
Kalù era interdetto: «Che cosa è successo?»
«Mi sono svegliata come da un sonno profondo e non ti trovavo. Sono venuta a cercarti e ti ho trovato steso ai piedi del faro privo di sensi. Mormoravi nel sonno, dicevi cose senza senso. O almeno così credevo. Alla fine ho compreso: papà era in cima alla torre. Con l’aiuto della signora Calmadia sono riuscita a salire e l’abbiamo calato giù. Sono venuti in molti ad aiutarci.»
«E l’uomo cattivo? Era tutta colpa sua!»
«Lo so, piccolo. Siamo stati sciocchi.» disse papà. Piangevano entrambi.
«È finito, non ci può più far del male.»
Kalù annuì: «Ho anche visto la nonna, ma era un’aquila. Mi ha detto delle cose che non ho capito. Mi ha detto di cercare fra gli scogli della falesia…»
Lapua e Romge si guardarono con aria di speranzosa sorpresa: «Quale falesia?» chiese papà.
Kalù si avvicinò alla finestra.
«Kalù attento…» disse la mamma.
«Non preoccuparti.» sorrise il bimbo «Non mi fa più paura. Venite.» Indicò loro un punto a nord del faro.
Andarono nel posto che Kalù aveva loro indicato e in una grotta trovarono uno scrigno pieno d’oro. Ma non solo! Più importante ancora, trovarono i documenti che davano loro il possesso delle grandi tenute degli Atloven.
Occhi di Nebbia ha emesso un lungo sospiro: «E da quel giorno gli Atloven hanno ripreso il loro posto e sono i conti di Anàrkia. Mentre, se ben lo vuole Leonde, i Qualdan hanno finito di commettere nefandezze!»
Mi sono asciugato gli occhi e ho sorriso: «Che bella storia, Occhi di Nebbia, grazie.»
Anche gli altri due e Righilio hanno ringraziato e si sono alzati per allontanarsi.
«Pensaci quando domani passerai davanti al palazzo della contessa Juvanka, tredicesima discendente di Kalù dell’alta torre.» si è alzato in piedi, mi ha passato una mano sulla testa pelata in un gesto familiare «Anàrkia fa parte del regno di Banir, ma non siamo come gli altri baniriani, ricordalo.» con la mano che scorreva sul bordo del tavolo si è diretto verso la porta d’ingresso, ha salutato gli astanti ed è uscito nella fredda notte illuminata di lanterne.
Io ho guardato la luce del faro girare imperitura e ho sorriso pensando al piccolo Kalù dell’alta torre.








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