La voce delle onde: Nascita di una Sovranìa
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| Paese sul Mare |
Il vento odorava di mare, di reti stese al sole e di alghe secche. Si levava come brezza leggera sulle onde lontane e risaliva il porto. Sembrava un sussurro di un passato lontano e s’insinuò fra i capelli blu di Prospera non appena uscì dalla sua casetta ai piedi della scogliera nera di Paese sul Mare. I tre lupi di mare levarono i musi verso la donna e le si avvicinarono. Lei passò le mani sulle loro teste pelose, fra le orecchie tese verso l’alto. Il sole del primo pomeriggio giocava sui loro velli dal colore dell’oceano profondo.
Prospera piegò le gambe per portarsi alla loro altezza e si lasciò annusare e leccare il viso. Spostò lo sguardo sul porto acceso di viavai, frizzante di voci sovrapposte alle urla dei gabbiani; dall’altro lato dei moli la piccola cappella a Leonde si ergeva antica e scura contro il viavai incessante. Rivolse un pensiero alla dea del mare prima di volgere gli occhi scuri su verso le case nere aggrappate o scavate sul costone del vulcano, gli scuri dai colori pastello, i fiori delle rampicanti sulle pareti e le capanne di paglia a trapuntare di arcobaleno quella tela scura. Con un gemito della schiena dolente si alzò e si incamminò per la via principale: due anse a tagliare il pendio di quell’anfiteatro sul mare.
Le mani dietro la schiena, i lupi di mare al seguito, Prospera risalì la cittadina fino all’edificio sulla seconda curva della strada. Si fermò un attimo a prendere fiato guardando la facciata scura su cui si aprivano quattordici finestre dagli scuri multicolori. L’ampio portone di legno rosso era aperto e lei vi si diresse. Attraversò il giardino curato dai bambini ed entrò nella Scuola Comunitaria di Paese sul Mare.
Wasamma, un cesto di abiti sporchi sulla testa e il passo frenetico, le fece solo un cenno con la mano quando la incrociò nel corridoio. Prospera la seguì con lo sguardo finché non ebbe attraversato una porta e si diresse nella direzione opposta. La pietra scura del pavimento era intervallata da grandi quadrati bordeaux, quasi fossero resti di lava ancora incandescente.
Un gran frastuono di voci aumentava di volume mentre Prospera si avvicinava al portone a due ante d’abete alla fine del corridoio. Quando vi si trovò di fronte, lo aprì con entrambe le mani e fu travolta da un intenso frastuono di urla e schiamazzi. Alcuni si alzarono e le corsero incontro per abbracciarla e salutarla festosi, o per accarezzare i lupi di mare.
L’aula magna aveva le pareti tinte di bianco, larghe finestre aperte su un cielo azzurro senza interruzioni e un semicerchio di otto file di sedie e panche e innumerevoli cuscini. Di fronte a essi stava una sedia a dondolo dai cuscini colorati. Prospera la raggiunse e vi accomodò, mentre i bambini e i lupi di mare prendevano posto e poco a poco il silenzio calò.
«Buongiorno miei piccoli flutti.» La voce serafica riecheggiò sul silenzio assorto. Prospera spinse i capelli blu dietro le orecchie.
«Buongiorno Prospera.» risposero i bambini a una sola voce.
Dalle finestre aperte entrava la voce del porto: un sovrapporsi di voci e richiami, di richiami di gabbiani e cigolii di legno, come se fossero appena fuori dalla finestra e non decine di metri più in basso.
«La storia che voglio raccontarvi oggi, molti di voi l’hanno già udita.» si guardò attorno, decine e decine di studenti la fissavano con gli occhi spalancati «Una delle più importanti storie della nostra Sovranìa. Chi di voi conosce Redania e Jòrmida?»
Furono in molti ad alzare le braccia.
«Baldanna, perché ricordiamo queste due donne?»
Una ragazza dai capelli rossi si alzò in piedi: «Perché ci ricorda il motivo per cui la Madre e Leonde sono le nostre divinità principali?»
«Questo è vero.» annuì Prospera «Ma c’è dell’altro. Remo, che cosa vuoi aggiungere?» indicò un bambino con una mano affondata nel vello di Teren, uno dei lupi di mare. Aveva poco più di otto anni, le orecchie piccole piccole e un neo sullo zigomo sinistro.
«Ci insegna che le donne sono più adatte degli uomini a comandare.» alcuni dei suoi compagni maschi risero.
«Vero. Ma non è questa la cosa più importante che apprendiamo dalla storia di Redania e Jòrmida.» si alzò dalla sedia a dondolo e fece qualche passo avanti e indietro guardando i bimbi seduti, alcuni ancora con le mani alzate. «Lisanna, tu che cosa pensi?» indicò una ragazzina con i capelli neri lunghissimi.
«Ci insegna che senza il popolo una Sovranìa o un regno non potrebbero esistere.»
Prospera sorrise e annuì. Tornò a sedersi sulla sedia a dondolo e spinse i capelli blu dietro le orecchie.
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| Ritratto di Jòrmida Pastonse conservato nella casa della Sindaca di Paese sul Mare |
«Proprio così!» annuì Prospera ondeggiando piano sulla sedia a dondolo «Per quanto un re, una regina o una Sarsida si credano importanti, senza i loro sudditi non sono nulla.» spinse ancora i capelli blu dietro le orecchie «Ascoltate, fate vostra la loro storia, imparatela e ricordatela quando siete nel dubbio.»
Voltò lo sguardo al cielo azzurro oltre la finestra aperta, stette ad ascoltare il tramestio della vita del porto per qualche istante, cullandosi come una nave sul mare calmo e iniziò a raccontare: «Fuga, la grande luna, ha compiuto ormai molti dei suoi lunghi cicli dal tempo in cui Redania e Jòrmida nacquero su questa nostra isola di Paese sul Mare. Parimenti a ciò che hanno fatto le vostre famiglie, anche le loro le affidarono alle cure delle matrici di questa scuola comunitaria e come voi sedettero un tempo in questa stessa aula magna.» si guardò attorno, Rèmo aveva appoggiato le braccia sul dorso peloso di Teren e la fissava con attenzione. Anche gli altri erano attenti e non si lasciavano sfuggire una parola.
«Allora i tempi erano diversi. Qualcuno vuole dirmi perché?»
Rèmo sfilò un braccio da sotto il mento e lo lanciò in alto. Non fu l’unico, ma Prospera fece a lui un cenno con il capo.
Il bambino si passò una mano nei folti capelli neri e la guardò negli occhi: «La Sarsida si chiamava regina e c’era un Sommo Sacerdote della Madre, mentre Leonde era venerata solo qui a Paese sul Mare.»
«Proprio così. La nostra Sovranìa era un regno come quello di Banir o di Harlin. Che cos’altro Calandra?» una bambina dai capelli scuri, molto più alta dei suoi compagni, tendeva un lungo braccio magro verso il soffitto.
«Gli uomini potevano ricoprire anche le più alte cariche e spesso i principali incarichi erano ereditari per consuetudine.»
«Che cosa vuol dire “ereditari”?» chiese un bambino seduto vicino a uno dei lupi di mare.
«Chi sa rispondere a Golino?» chiese Prospera ad alta voce «Sì, Benno?»
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| Ritratto di Redania Giusna conservato nella casa della Sindaca di Paese sul Mare |
«Vuol dire che se tuo padre è ammiraglio, tu diventi ammiraglio dopo di lui… no?»
«Molto bene. Una carica ereditaria viene trasmessa da un genitore ai propri figli. E così accadeva molto spesso a quei tempi.» Prospera ricominciò a dondolarsi sulla sedia. «Una Sarsia molto diversa da quella che conosciamo oggi. Un regno in cui le donne venivano spesso considerate inferiori e non in grado di fare ciò che saprebbe fare un uomo.»
«Si sbagliavano, no?» disse Camilda con un sorriso beffardo.
Prospera ignorò il commento: «Redania aveva i capelli del colore dell’alga scura e gli occhi limpidi come acqua di riva. Jòrmida aveva lo sguardo serio e le mani che sembravano fatte per il timone. Due ragazze come tante, ma con sogni grandi. Allora non era facile per una donna diventare sindaca, o capitana di fregata, e ancor meno ammiraglia.» un brusio si diffuse nella sala a quelle parole. I bambini commentavano increduli. Prospera attese che le voci si placassero. «Entrambe, in maniera diversa, erano attratte dal mare come il pesce dall’esca. Redania pregava ogni giorno Leonde nella cappella giù al porto: suonava le campanelle e si bagnava i piedi nella conca della fontana sacra pregando che la accogliesse come capitana. Jòrmida temeva Leonde, ma era adepta della Madre e ogni giorno saliva su per la scogliera e la pregava nel tempio celeste vicino al faro: si lavava le mani nel bacile di acqua di loto, baciava la stella a otto punte di fronte all’altare. Inoltre scolpiva statuette che portava al tempio, alcune delle quali sono ancora lì.»
«Possiamo andare a vederle un giorno?» la interruppe una bambina con un abito a fiori colorati.
Prospera annuì con un sorriso e riprese: «Quando terminarono gli studi iniziarono entrambe a lavorare al porto. Erano inseparabili come un pesce pagliaccio e il suo anemone e accettarono qualunque lavoro. Vi sembrerà strano, ma era difficile per una ragazza all’epoca, trovare un lavoro dignitoso in una nave: le capitane erano poche e gli uomini ritenevano i loro lavori troppo impegnativi per le donne. Tuttavia Redania e Jòrmida non si lasciarono scoraggiare e furono garzone e corriere, prepararono la pece per ricoprire le chiglie delle navi, rifornirono le navi di acqua potabile, pulirono il porto, svuotarono sentine, furono stivatrici e ligaballe. Nulla le scoraggiò, né la fatica, né l’arroganza degli uomini che le deridevano.
«Ci vollero alcuni anni perché una delle capitane le notasse. La capitana Cardia era originaria di Porto di Porta Chiusa e per alcuni anni osservò la tenacia di queste due ragazze ogni volta che si trovava a Paese sul Mare, finché un giorno offrì loro impiego come mozze sulla sua fregata e con somma gioia le due lasciarono la nostra isola e presero posto nella loro agognata casa: il mare. Ricordo le loro facce felici quando salirono sulla Pacifica, la nave di Cardia: erano più estasiate di voi bimbi quando arriva la prima luna di primavera e la Prima Marea dell’anno apre di nuovo il mare e si scambiano i regali facendo festa a Leonde da mattina a sera.» un mormorio eccitato si levò a queste parole, mentre i bambini ridevano o battevano le mani pensando a quel giorno magico.
«Le due ragazze non erano destinate a restare mozze per tutta la vita e dopo anni di sacrifici e duro lavoro, furono nominate capitane di fregata della flotta del regno di Sarsia. Jòrmida era rigorosa e leale, per questo divenne ammiraglia della divisione delle fregate del nord. Si guadagnò il titolo di “Mano ferma del mare”, come capitana della nave Scudo di Sarsia. Redania invece era più indipendente, come una tempesta del mare e veniva chiamata “La voce delle onde” quando guidava la ciurma della sua fregata Le Onde. A prua aveva fatto installare una figura di donna che reggeva con entrambe le mani il bompresso e fendeva il mare con il suo abito di legno intagliato.» Prospera ricordò i tempi lontani e sospirò con un sorriso.
«Entrambe si distinsero per il loro valore in battaglia, e glorioso fu il loro comando. In quegli anni le fregate del nord erano la divisione più potente di tutto il mare di Bronzo e nessuno osava entrare nel nostro arcipelago da lì.»
La voce di Prospera si fece più bassa, il sorriso si spense, gli occhi si strinsero: «Quelli erano tempi diversi, miei piccoli flutti. Come ci ha ricordato Rèmo, la Sarsia non era ancora una Sovranìa e la regina doveva dividere il potere con due uomini: il Grande Ammiraglio del Mar, comandante di tutta la flotta del regno, e il Sommo Sacerdote della Madre che diceva di parlare a Suo nome. Mentre Leonde era un sussurro di pochi a Paese sul Mare, come un segreto proibito.»
Prospera smise il suo dondolio sulla sedia e tacque. Per alcuni istanti solo le voci dal porto, il canto dei gabbiano e l’andirivieni delle onde riempì la stanza.
«Per anni il mare fra le nostre isole sussurrava i loro nomi: l’ammiraglia del nord e la sua prima capitana. Ma ricordate, bambini, quando il mare tace troppo a lungo prepara sempre una tempesta. I tuoni di quella che sto per narrarvi partirono dal Tempio della Madre a Tricora dei Verdi Laghi, dove il Sommo Sacerdote Eran ascoltava con crescente rancore i nomi di queste due donne, una delle quali eretica chierica di Leonde. E i fulmini si propagarono dalla nostra capitale Sarsuna-Sarsenda, dove Tersid, il Grande Ammiraglio del Mar, si infuriava a sentire di queste due donne che avevano superato tutti gli uomini della sua flotta.
«Tuoni e fulmini si incontrarono e scontrarono, decisi a riversare la propria ira in qualunque modo possibile verso le nostre coisolane, colpevoli solo di eccellere.»
«E la regina?» chiese Rèmo, il bambino con le orecchie piccole piccole e un neo sullo zigomo sinistro appuntito.
«La regina era presa fra i due fuochi e per larga misura impotente.» rispose Prospera con tristezza. «L’occasione giusta per i due uomini si presentò qualche mese dopo, quando la flotta era impegnata in una battaglia contro corsari di Banir che da lunghi anni attaccavano le navi mercantili provenienti da Grasco e da Harlin. Tersid mandò l’ordine a Jòrmida di lasciare sguarnito il nostro porto di Paese sul Mare, affinché i corsari vi approdassero per depredarlo e saccheggiarlo, esponendoli così a un agguato che avrebbe distrutto le loro navi ancorate. Secondo voi che cosa accadde?»
Molti risposero allo stesso tempo: «Jòrmida disubbidì.» «L’ammiraglia rimase a difendere Paese sul Mare.» «Jòrmida e Redania si rifiutarono.» «Jòrmida e Redania posizionarono le loro navi di fronte al porto per difenderlo.»
Prospera annuì: «Le due rimasero qui e con loro le altre navi della divisione nord. Lasciando Paese sul Mare in mano ai corsari, il Grande Ammiraglio del Mar e il Sommo Sacerdote speravano forse di risolvere due annosi problemi: la reticenza di Paese sul Mare ad adeguarsi al culto della Madre abbandonando quello di Leonde e, immaginando la reazione delle nostre due coisolane, liberarsi di loro e della loro scomoda presenza in un regno maschilista.
«Mi sono immaginata più volte i due brindare, mentre sette navi della flotta venivano raggiunte e affondate dai corsari e i loro uomini annegavano in mare. Cinquanta valenti sarsiani morirono quel giorno, mentre Jòrmida e Redania con altre tre capitane difendevano Paese sul Mare.
«Quando la battaglia terminò e si contarono i danni, Paese sul Mare era stata salvata dalle navi corsare, ma la flotta aveva subito grandi perdite e Jòrmida fu chiamata nella capitale per essere giudicata. Le sue compagne tuttavia la convinsero a non andare e così lei attese qui.
«Com’era prevedibile le fu ordinato di riconsegnare la Scudo di Sarsia e fu spogliata del titolo di Ammiraglia. Jòrmida senza la sua nave sarebbe stata come uno squalo in un lago di montagna e così decise di andarsene da sola. Ma la sua ciurma non glielo permise: l’avrebbero seguita se anche avesse voluto esplorare il Mare delle Tempeste. Non servì andare tanto lontano. Trovata una piccola isola fuori dall’arcipelago con un piccolo villaggio di pescatori che non era sotto la giurisdizione della Sarsia vi si installò. Con la sua ciurma iniziò a pattugliare le acque fuori dal regno con la Scudo di Sarsia, continuando a combattere i corsari.
«Voci delle sue gesta eroiche continuavano a vagare per il regno e, come potete immaginare, questo non rese per nulla contenti né il Grande Ammiraglio del Mar, né il Sommo Sacerdote. Così entrambi convinsero la regina a firmare un ordine di cattura. Affidarono alla sua amica d’infanzia Redania Giusna l’incarico di riportare la Traditrice a Sarsuna per il giudizio.»
Da una tasca della lunga veste blu che indossava, estrasse un foglio dall’aria antica, lo spiegò e riprese: «Fate attenzione, bambini, perché sto per leggervi un documento che forse potrà risultare difficile, ma che è molto importante. L’ho preso in prestito dagli archivi nella casa della sindaca in cima alla scogliera. Il testo si divide in quattro articoli: il primo rende il tradimento di Jòrmida ufficiale, il secondo riguarda la confisca della sua nave, il quarto spiega le conseguenze pratiche per Jòrmida, ma è il terzo il più subdolo. È qui che i due uomini hanno messo in atto la loro vera vendetta.» Prospera tese il foglio fra le due mani e iniziò a leggere:
«Editto di Richiamo e Spoliazione
Anno della Madre 974, al tramonto della Seconda Luna di Mare
Da Sarsuna-Sarsenda, capitale del Regno di Sarsia
Per volere della Madre Eterna e per decreto congiunto del Sommo Sacerdote Eran di Tricora dei Verdi Laghi e del Grande Ammiraglio del Mar Tersid di Sarsuna, ratificato dalla firma e dal sigillo della Regina Sarsida di Sarsia, si ordina quanto segue:
Articolo Primo — Sul tradimento e sulla disobbedienza
Si è venuti a sapere che l’Ammiraglia Jòrmida Pastonse, già Comandante della Divisione delle Fregate del Nord, ha agito contro gli ordini diretti del Comando di Marina, rifiutando di abbandonare le coste di Paese sul Mare, e opponendosi così al piano strategico volto alla difesa del Regno.
Tale atto costituisce aperta disobbedienza militare, insubordinazione contro il potere del Mar e scisma contro la volontà della Madre.
Articolo Secondo — Sul vascello reale “Scudo di Sarsia”
Il vascello denominato Scudo di Sarsia, appartenente alla flotta della Regina e posto sotto comando di Jòrmida, è da considerarsi bene della Corona.
Poiché esso fu impiegato in atti contrari agli ordini della Reggenza e del Sommo Culto, se ne decreta l’immediata riconsegna al porto di Sarsuna, dove sarà riassegnato secondo decisione del Grande Ammiraglio del Mar.
Articolo Terzo — Sul Richiamo e il Giudizio
Si ordina alla Capitana Redania Giusna, a cui si riconosce ancora fedeltà alla Madre e alla Corona, di condurre l’Ammiraglia Pastonse sotto scorta fino alla capitale Sarsuna, per essere sottoposta a giudizio dinanzi al Concilio dei Tre Poteri, composto dal Trono, dal Culto e dal Mar.
La Capitana Giusna dovrà altresì vigilare sul trasferimento integro dello Scudo di Sarsia, garantendo che nessuna persona dell’equipaggio o del popolo interferisca con l’esecuzione del presente editto.
Articolo Quarto — Sulla spoliazione dei diritti
In attesa del giudizio finale, l’Ammiraglia Pastonse è dichiarata:
sospesa da ogni grado e comando;
privata dei diritti di sudditanza del Regno di Sarsia;
interdetta da ogni funzione sacra;
e posta sotto la custodia della Corona.
Chiunque ostacoli il compimento di quest’ordine sarà considerato complice di eresia e tradimento.
Così è scritto e così deve essere eseguito, in nome della Madre che tutto vede e del Mare che tutto culla.
Segue il sigillo triplice: del Sommo Sacerdote, del Grande Ammiraglio e, ultimo, della Regina Sarsida.»
Prospera si prese qualche momento per guardarsi attorno: alcuni bambini sembravano confusi, altri sconvolti. Rèmo stringeva gli occhi con rabbia evidente e i pugni erano contratti come se volesse colpire qualcuno. Accanto a lui, il vello blu di Teren si sollevò lungo la schiena, la bocca si aprì mostrando i lunghi denti, quasi avesse avvertito il vento dell’ingiustizia e un mormorio profondo gli uscì dalla gola, come un’onda che si ritira.
«Sono parole forti e vedete come oltre al danno che volevano causare a Jòrmida, abbiano cercato anche di corrompere una delle sue più fidate capitane? Un ordine così diretto non si può ignorare con semplicità. Per Redania si apriva un dilemma: rifiutare di eseguire l’ordine e diventare fuorilegge anche lei, oppure affrontare la sua amica d’infanzia e compagna di avventure. Chi si ricorda che cosa decise di fare?»
Prospera reggeva ancora il foglio nella mano sinistra, si alzò in piedi e prese a camminare avanti e indietro. Alcuni dei bambini avevano alzato la mano e la donna li guardava senza smettere di muoversi.
«Palmania.» guardò una bambina di poco più di cinque anni che si era alzata in piedi e saltellava per richiamare l’attenzione, come se temesse che il suo braccio dritto verso l’alto non fosse abbastanza lungo da essere notato.
«È venuta qui. Qui a Paese sul Mare.»
Prospera annuì: «Redania venne a Paese sul Mare e sapete che cosa fece non appena scese a terra?» nella sala tutti tacevano. «Andò al tempio di Leonde e pregò. Con i piedi nella conca della fontana sacra pregò. Per ore rimase lì dentro. Non pregava per una risposta: chiedeva il coraggio della decisione che dentro di sé aveva già preso. Nella mano teneva la legge degli uomini, ma dentro di sé la voce del mare batteva forte a ritmo del suo cuore. Poi qualcosa accadde: un forte vento si alzò dal mare e portò con sé il canto di uccelli che di rado si trovano a Paese sul Mare. Redania, incredula, uscì dal tempio e vide tre cigni bianchi planare verso di lei. Tre come il potere che era spezzato. Toccarono l’acqua del mare e nuotarono fino a raggiungere la riva. Uscirono dall’acqua con la loro camminata ondeggiante e la circondarono. Immaginate lo spavento della povera Redania nel vedere queste creature attorno a sé. Ma poi…» Prospera fece una pausa, si guardò attorno con gli occhi lucidi: «Poi giunse un altro richiamo, quello di una creatura che noi conosciamo bene. Cinque albatros scesero verso di lei e si misero a volare in cerchio sopra la sua testa. Cinque come le isole del nostro arcipelago, unite per la prima volta.
«Otto uccelli come una profezia.
«Lanciarono le loro voci acute nel cielo notturno, quasi come un richiamo e dalle case e dalle locande vicino al porto la gente usciva per vedere che cosa stesse succedendo.»
I bambini la guardavano con gli occhi spalancati. Anche chi conosceva già il racconto era proteso in avanti con la bocca aperta.
«I tre cigni chinarono il lungo collo, quasi come in un inchino. I cinque albatros volavano sempre più forte. Il vento alzava i capelli di Redania con sempre maggior intensità. Il mare si fece più mosso e alte onde muovevano le navi ormeggiate facendo oscillare i loro alberi. I cigni tesero il collo verso il cielo e, sbattendo le ali, lanciavano richiami ancora più forti. Finché all’improvviso il vento si placò, i volatili si calmarono, i gabbiani volarono via e i cigni zampettarono ondeggianti sul mare ora immobile e ripresero il volo.
«La gente di Paese sul Mare guardava Redania sulla spiaggia, la testa bassa, i capelli rossi immobili le coprivano il viso. Si racconta che quando infine volse lo sguardo verso il mare e poi verso gli abitanti ammutoliti che erano usciti dalle loro case, ci fosse un fuoco nei suoi occhi. Un fuoco di cui alcuni ebbero paura.
«Guardandosi attorno sollevò l’ordine di cattura che stringeva fra le mani e lo strappò in due dicendo: “Così vengono trattate le capitane, le sindache, le ammiraglie e tutte le donne che con merito si dimostrano valorose. Io dico basta! Io dico: uniamoci a Jòrmida Pastonse, la nostra ammiraglia! Uniamoci a lei e sconfiggiamo questo sistema fondato sul potere dell’uomo! Liberiamo la Sarsia dagli oppressori!”
«La gente di Paese sul Mare levò grida di giubilo e in poco tempo le capitane che si trovavano sull’isola si radunarono nella locanda del porto e misero insieme una piccola flotta di sette vascelli per andare a cercare Jòrmida. In un paio di giorni furono pronte e salparono.
«Non fu difficile trovarla. Anche se lei dapprincipio temette che fossero venute per arrestarla. Si arrese vedendo le vele delle sue compagne, sentendosi tradita e persa. Potete quindi immaginare la sua gioia quando si rese conto che invece erano giunte per sostenerla.
«Senza grandi esitazioni, le sette fregate capitanate dalla Scudo di Sarsia partirono verso Sarsuna-Sarsenda per affrontare il Grande Ammiraglio del Mar e la sua flotta.»
Prospera tornò a sedere, rimise il foglio nella tasca della lunga veste blu e incrociò le dita in grembo.
«Fu una battaglia strana, dicono. Da una parte le otto fregate, agguerrite, ma con l’intenzione di non uccidere più conterranei di quanti fosse necessario, dall’altra Tersid, posseduto da una voglia di vendetta che gli faceva bruciare di rabbia il cuore. Si dice che Leonde sia intervenuta scatenando una tempesta che sembrò abbattersi solo sulla flotta di Sarsia. E sulla fregata del Grande Ammiraglio in particolare.
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| La battaglia navale secondo il dipinto nella sala del trono di Sarsuna |
«Ci sono innumerevoli racconti e leggende che ne parlano, tanto che ormai la verità è impossibile da separare dalla fantasia. Tutti però parlano dell’onda che si sollevò dal nulla e travolse la nave su cui si trovava l’ammiraglio Tersid e la trascinò sul fondo del mare. Dopodiché le vele della nave della regina Sarsida furono viste avvicinarsi. La nave della sovrana si fece largo fra il fumo e le onde. Quando si trovò nel mezzo la regina Sarsida gridò con una voce che superò la violenza del mare e il fragore delle tempeste: “Che cessi questo massacro! Senza un popolo un sovrano non è nulla. Deponete le armi, sorelle e fratelli di Sarsia! La Madre ci ha dato la vita, Leonde ci ha insegnato a viverla. Nessun uomo parlerà più in loro vece.” Questo pose fine alla battaglia che aveva diviso le genti di Sarsia.»
Prospera spinse i lunghi capelli blu dietro le orecchie prima di riprendere: «Quel giorno ci furono grandi festeggiamenti. Jòrmida passò dall’essere traditrice esiliata a Grande Ammiraglia del Mar e Redania ammiraglia delle fregate del nord.
«Nulla si seppe del Sommo Sacerdote Eran. Qualcuno dice di averlo visto sulla riva quando la grande onda si prese la nave di Tersid, ma nessuno seppe dire che fine avesse fatto.
«Da allora la Sarsia subì uno stravolgimento che la rese ciò che conosciamo oggi: non più un regno, ma una Sovranìa. Non più re o regine, ma Sarside - dal nome dell’ultima regina. Non più potere agli uomini, ma alle donne. E una pace e un rispetto per la nostra Sovranìa che permane oggi nel Mare di Bronzo e tra gli altri regni intorno a noi.»
Nessuno parlava, nessuno si muoveva, sembravano tutti in attesa che Prospera raccontasse altro. Lei si guardò attorno e vide la mano di Rèmo alzata a metà, quasi avesse paura. Lo indicò dandogli la parola.
«Questo però non vuol dire che gli uomini non possono assumere alcuna posizione di potere, vero?»
Prospera sorrise: «No, non è vietato, ma si devono dimostrare degni. C’è stato fino a qualche anno fa un sindaco a Porta di Porta Chiusa e al momento ci sono tre capitani di fregata nella flotta della Grande Ammiraglia del Mar.»
«Ma solo le donne possono diventare Sarside, giusto?» chiese ancora Rèmo.
«Vero, nessun uomo può diventare Sarsida. Così come le dee che hanno creato la vita e ci hanno insegnato a viverla sono due donne, anche chi ci governa deve essere donna.»
Scese di nuovo il silenzio.
Una campana risuonò fuori dalla finestra e i suoi rintocchi risvegliarono Prospera dai suoi pensieri: «Ora è tempo per me di tornare a casa. Ci vediamo martedì prossimo con un’altra storia della nostra Sovranìa. Arrivederci, miei piccoli flutti.»
Tutti si alzarono con gran scalpiccio e decine di voci presero a parlare all’unisono. Prospera attese che i suoi lupi di mare la raggiungessero e che i bambini fossero tutti usciti dall’aula magna guardando il cielo azzurro fuori dalla finestra.
«Io diventerò sindaco di Paese sul Mare un giorno.» La voce di Rèmo attirò la sua attenzione.
«Ah sì?»
«Sì!» i suoi occhi erano aperti e la fissavano con determinazione «Viaggerò negli altri regni e poi diventerò sindaco. Il sindaco migliore che si sia mai visto in Sarsia.»
Prospera sorrise: «Ne sono certa!»
«Rèmo, vieni o faremo tardi!» una bambina poco più grande di lui lo stava aspettando alla porta. Lui annuì, guardò ancora una volta Prospera e corse via.





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