Cicatrici
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La cucina
«Mamma guarda!» il bambino corre nella cucina inondata di sole. Tra le mani tiene un vaso di vetro nel quale svolazza una farfalla dalle striature viola sulle ali celesti.
«Marik non correre dentro casa!» dice sua madre senza voltarsi.
Meruna guarda l’entusiasmo del fratellino con un sorriso. Ha distolto lo sguardo dal disegno che sta terminando: un albero su una collina, il sole al tramonto.
Gli occhi di Marik sono puntati sul vasetto. Lo stringe con orgoglio e corre in avanti senza guardare dove va nel grande salone. Non ha visto le biglie di legno di Mesor, né si era accorto del pentolone di rame sul fuoco, pieno di acqua bollente.
Meruna spalanca gli occhi. Lascia cadere la matita che rotola a terra con un tintinnio prolungato. Si alza di scatto, un riflesso d’amore. Attraversa a grandi passi la cucina urlando un avvertimento. Fissa il piede di Marik poggiarsi sulle biglie e scivolare. Con un balzo spinge il fratellino contro il muro, intercettandolo prima che possa rovesciare il pentolone. Tuttavia lo urta e piccole onde del liquido si sollevano oltre il bordo e le finiscono sulla pelle della spalla e del collo.
Il vaso si rompe in mille pezzi e la farfalla colorata prende a volare nella stanza come una matta. Marik emette un sospiro soffocato toccando la parete di legno. Meruna lancia un urlo e stringe forte gli occhi per il dolore.
«Meruna, Marik, che succede?» la mamma si è voltata.
Meruna siede portando la mano sulla pelle ustionata, guarda il fratellino che si rialza preoccupato. Non si è fatto del male.
Lascia che la mamma le strappi il vestito e le metta acqua fredda sulla pelle che si arrossa in fretta.
La cena
Un’altra cena da soli. Nella stanza illuminata da candele bianche, cinque bambini sedevano a tavola. Jannis, il più grande, stava in piedi accanto a Pervin, che aveva solo quattro anni. La cuoca aveva preparato la zuppa che si raffreddava nel suo recipiente sulla tovaglia bianca. Le pareti della stanza erano di legno scuro, quasi a voler assorbire la poca luce emessa dalle fiammelle nei candelabri.
«Jannis, io ho fame…» il più piccolo dei suoi fratelli lo guardava con i suoi occhioni blu.
«Possiamo mangiare, Jannis?» chiese Kora.
«Mani.» Il primogenito girò attorno al tavolo e nella poca luce delle candele osservò le mani dei fratelli, un paio alla volta, con attenzione meticolosa. Quando fu soddisfatto, versò la zuppa nei piatti dei fratelli, sedette a capotavola e annuì. Tutti abbassarono la testa mentre lui recitava la preghiera.
«Mellersh, datore di luce, portatore dell’ordine nel caos, noi ti preghiamo di benedire questo nostro cibo.»
«Mellersh, datore di luce.» risposero in coro i bambini prima di avventarsi con pane e cucchiai nella zuppa.
Per qualche tempo gli unici suoni nella stanza furono il risucchiare e il grattare.
Jannis guardava i fratelli, ma non toccò ancora il suo cibo. Ogni tanto aiutava il piccolo Pervin.
Con qualche sorriso in più i bambini iniziarono a parlare, raccontandosi la loro giornata. Luas e Mika bisticciavano. Elsa non tolse gli occhi da Jannis seduto impettito, lo sguardo serio.
Kora sbuffò ed emise suoni lamentosi dalla bocca piena.
Anche Jannis l’aveva sentito. Erano tornati a casa. E non erano soli.
Un velo di tensione si sparse sulla tavola e tutti smisero di parlare, mangiare, muoversi. Sembrava quasi che avessero smesso di respirare.
La palpebra destra di Jannis prese a vibrare con violenza. Si mise un dito nell’occhio per cercare di fermarla, ma la vibrazione non era solo fisica, era il controllo che sfuggeva, era la ribellione che si faceva materia.
I loro genitori erano rientrati. Avevano bevuto. Non entrarono nella sala da pranzo, ma si diressero nel salotto non lontano, da dove voci sguaiate e risate sferzanti si propagarono fino alla sala da pranzo. Le note di un flauto e di un violino si alzarono come a voler coprire ciò che stava per accadere. La campanella suonò. Jannis lo sapeva, i signori von Stalhein avevano chiesto alla servitù di portare liquori e cibi.
Sarebbe stata un’altra notte in venerazione della lascivia e della libertà del dio Dibensh.
«Mi viene il vomito!» Kora si tappò le orecchie.
Mika smise di litigare con Luas e si nascose sotto il tavolo.
Jannis prese in braccio Pervin. La sua ciotola ancora intonsa. Si sistemò il colletto alto e stretto della giacca che indossava e portò i bambini con sé. Li condusse in cortile, anche se era sera e faceva buio. Li accompagnò al sicuro da quei suoni indecenti.
Li odiava.
«Se solo il culto di Dibensh si potesse abolire…» sospirò nella notte in cui le due lune splendevano alte nel cielo, due falci come le ali di Mellersh che volessero contenere le stelle.
Lo scontro
Che giorno splendido! Meruna quasi saltella per le strade di Harlin. La città attorno a lei splende della fredda luce di un sole invernale. Inspira a fondo. Non sente l’odore di carne cucinata sulle braci, non le spezie del vino caldo; non il lezzo dei rifiuti negli angoli bui, né il fetore di sudore vecchio, o di tabacco. Sente il vento freddo che dal nord preannuncia neve.
Le piace l’inverno. Le strade ghiacciate non le insozzano le scarpe di fango. Non deve tenere alto il bordo della gonna affinché non tocchi lo sterco dei cavalli o i resti di cibo. L’inverno è la sua stagione preferita. E la neve in arrivo le apre un sorriso di speranza pari al primo vento di primavera e al profumo dei fiori.
Tra le braccia tiene matasse di stoffa appena asciugate dopo la tintura. Odorano ancora di zolfo e tannino, ma anche questo lei non lo sente. Lo sguardo rivolto verso l’alto, al cielo che si va pian piano coprendo di basse nuvole biancastre. Sorride agli alberi spogli, ai pettirossi che guizzano in cerca di cibo. Ancora poche traverse e avrà raggiunto la bottega dove le stoffe verranno ricamate. Sua madre le aveva detto che non sarebbe stata bene nella capitale. Troppa gente, troppa confusione. Chi è abituato alla vita di campagna si perde nel caos della città. Con un sorriso pensò al faggio in giardino dove si era arrampicata tante volte con i suoi fratelli e sorelle.
Era cresciuta. A diciott’anni era partita e, nonostante la difficoltà di lasciare la sua amata famiglia, era tempo per lei di scoprire qualcosa di più. Le mancavano, scriveva loro ogni settimana, ma era felice lì.
Un urto la riporta alla realtà. Alcuni dei rotoli di stoffa colorata le cadono dalle mani.
«Maledizione a te! Perché non guardi dove vai?» Un ragazzo seduto sulla strada di terra battuta raccoglie fogli pieni di numeri e parole che gli sono caduti nello scontro.
A Meruna viene da ridere: «Suvvia, non è successo nulla.»
«Non è successo niente?!» la gente attorno si ferma a guardare.
«Tu hai troppa fretta di arrivare a domani, biondino.»
Nonostante le mani piene, Meruna lo aiuta a rialzarsi e a raccogliere i fogli ancora a terra. Lui non l’ha ancora degnata di uno sguardo.
«Guarda, la strada è ghiacciata, non si sono neanche sporcati.» gli porge gli ultimi fogli. Solo a quel punto la fissa negli occhi.
Il ragazzo è poco più basso di lei. I capelli sono corti e ordinati con cura maniacale. Indossa una sorta di divisa dal collo stretto. Come farà a non soffocare? Il volto è pulito e liscio, quasi fanciullesco. Forse è un monaco? No, non indossa abiti da monaco. Non riesce a inquadrarlo. Gli occhi. C’è una fiamma nei suoi occhi color anice stellato. Una passione che la lascia interdetta. Si fissano per qualche istante, come se fossero soli su un prato in mezzo al niente e non in una delle vie più trafficate della città.
È lui il primo a distogliere lo sguardo. Sbuffa e si volta per andarsene.
«Ehi! Aspetta…» lei lo raggiunge «Mi chiamo Meruna.» porta una mano libera alla spalla in segno di saluto.
«Jannis.» il medesimo gesto è rigido, meccanico.
«Vieni alla locanda della Luna Storta stasera. Ti offro un cordiale.»
«Non bevo.» la voce è melodiosa, nonostante la rigidità.
«Ti offro un tè, allora.» sorride «Ti aspetto alla seconda ora del tramonto.»
Lui la fissa con i suoi occhi di fiamma: «E sia.» si allontana.
Meruna raccoglie le sue stoffe e, con una sensazione di sollievo, riprende la sua via nella direzione opposta un saltello dopo l’altro.
Alla Luna Storta
Jannis camminava per la strada che si andava imbiancando. Le scarpe di pelle affondavano nella neve che già ricopriva ogni cosa. Non l’amava. Era un velo di falsità. Gli ricordava i flauti e i violini che venivano suonati alle feste dei suoi genitori per nascondere la verità. Allo stesso modo la neve copriva con un manto di innocenza un mondo disordinato e sporco: potevi calpestare lo sterco di un cavallo senza accorgertene. Potevi inciampare in un buco della strada senza vederlo. Era peggio delle notti senza lune: quelle erano sincere, questa era ingannatrice.
Non sapeva perché aveva deciso di uscire. Qualcosa in quella ragazza l’aveva colpito. C’era un disordine ordinato nel suo modo di muoversi. Le sue carni morbide sotto al vestito di lana gli avevano messo addosso un’inquietudine che non aveva mai provato. Non era caotica, non sentiva il bisogno di combatterla. Era come il ricordo di qualcosa di bello e dimenticato da tanto.
La facciata della locanda era di legno scuro. Sulla porta dondolava un cartello: una falce di luna in posizione improbabile e con un ghigno burlesco. Una piccola maschera era incisa su uno degli stipiti.
Sistemò i lembi della giacca tirandoli verso il basso, nel riflesso del vetro si sistemò i capelli ed entrò nella sala poco affollata. Un fuoco bruciava in un camino centrale. Voci si levavano tutto attorno a lui. L’odore dell’aria era soprattutto di cavolo e tabacco da pipa, ma nascondeva pelle, carne e fumo.
C’era confusione di voci.
Si guardò attorno a disagio. In un angolo notò un piccolo altarino, solo una mensola in verità. Una maschera vi stava appoggiata affiancata da due candele. Un brivido gli percorse la nuca e scese fino alle punte delle dita. Stava per voltarsi e uscire, quando la vide. Aveva un braccio alzato, i capelli mossi erano sciolti e poggiavano sui seni prosperi. Indossava un abito color ocra scollato a mostrare due lune, strette in un abbraccio di stoffa. Il sorriso che le si apriva sul volto era ingenuo, gentile, come quello del piccolo Pervin.
Passò un dito fra collo e colletto per sistemarlo e con un sospiro si avviò nella locanda. Lei si alzò e portò la mano destra alla spalla sinistra salutandolo.
Anche lui rispose con il medesimo gesto.
«Vedo che ti è passato il nervoso di stamattina.» il suo sorriso era disarmante. I suoi occhi blu lo guardavano come il cielo di un mattino tutto da scoprire.
«Be’, stasera non hai fatto cadere i miei registri.» cercò di sorridere anche lui.
Sedettero. Lei spinse i capelli indietro con la mano e a Jannis parve si diffondesse nell’aria un profumo di viole su tutti gli altri odori della sala.
Un giovinetto dalle guance scavate si avvicinò: «Che cosa vi porto?»
«Un tè al cardamomo e una fetta di crostata di prugne.» disse subito lui. Mentre si vestiva nella sua camera da letto aveva preparato il suo ordine.
«E per la signora?»
«La birra della casa. Chiedi a Gardia se la spina lei, per piacere?»
Il ragazzo annuì con un sorriso e si allontanò.
«Quindi vieni spesso qui?» le chiese.
«È stata la prima locanda che ho visitato il primo giorno che mi sono trasferita ad Harlin. Gardia mi ha vista subito come novella della città e mi ha fatta sentire a casa in un battibaleno. Pensa che non avevo mai bevuto birra prima di quella sera.» rise.
C’era qualcosa di ipnotico in quella risata. Lo faceva emozionare e lo tranquillizzava a un tempo. Come il raschiare della penna sulla carta, o il ticchettare dell’orologio nella sala della Camera della Procura della Moneta.
La fissò e lei prese a parlare. Raccontava di prati, di campagna, di lunghe passeggiate estive e di giochi con la neve in inverno. Dei sette fratelli più piccoli. Dei genitori.
Mentre camminava per rientrare a casa, non pensava più ai suoi libri contabili, ai registri della Procura, ai numeri che quadravano. Pensava a lei. Anche lei primogenita. Sembrava che la sua famiglia fosse ben diversa dalla propria. Non riusciva a togliersi dagli occhi quel sorriso, l’espressione dolce, il tocco delicato della sua mano sulla pelle. Non si era mai sentito così. I pantaloni stringevano sotto la vita; la costrizione non era un piacere, ma una tortura. Avrebbe voluto toglierli lì, in mezzo alla strada.
Si fermò. Si guardò attorno. Non c’era nessuno in giro. Con forza si tirò uno schiaffo sulla guancia fredda per il gelo della notte. Guardò i fiocchi cadere mentre gli occhi si inumidivano per il bruciore della sberla. La sgradevole sensazione nei pantaloni stava passando.
Riprese a camminare.
La milizia
«Meruna? Meruna, ci sei?» La giovane donna è richiamata al presente dalla voce di Milia.
«Eh?» si guarda attorno. L’amica la osserva con il sorriso di chi sa qualcosa. «Sì, sì, ti stavo ascoltando.»
«No, non mi stavi ascoltando. Stavi pensando al tuo bel biondino, vero?»
Meruna si guarda le mani. Sono blu oggi e puzzano di urina di vacca. Nell’aria si mescolano odori forti di tannino, guado, zolfo. Il lavoro di tintura è duro, ma poche cose le danno gioia come vedere una stoffa da bianca, o beige, diventare gialla, rossa, blu.
Stava pensando a Jannis, certo. Ma non come si immagina Milia. Qualche giorno prima avevano avuto una discussione accesa. Il nuovo re era stato eletto e Meruna aveva un brutto presentimento riguardo ad Alcad. Non le era piaciuto il discorso di insediamento. L’aveva ascoltato assieme agli altri abitanti di Harlin di fronte al palazzo reale. Le aveva ricordato alcuni discorsi che Jannis aveva fatto all’inizio della loro relazione. Aveva parlato di “disordine del regno”, di “regole per ristabilire il giusto equilibrio”. In pochi giorni aveva già abolito il culto agli dei della fortuna Spisik e Glufall.
Certo, era normale che ogni regnante favorisse il culto della sua divinità prediletta, ma da lì ad abolire il culto di due divinità tanto importanti nella prima settimana di regno, c’era molta differenza.
«Meruna?» la voce di Milia sembra sussurrare sotto i canti dei lavoratori, sul battere delle stoffe contro il legno.
«Sto pensando a re Alcad.»
«Mh… capisco. Non piace nemmeno a me.»
«Saranno anni difficili.»
«Temo che dopo gli dei della fortuna toccherà a Dibensh. Mellersh odia suo fratello Dibensh e farà di tutto per cancellarlo dalla memoria.»
Meruna annuisce: «Anche Jannis è seguace di Mellersh. Temo…»
«Che cosa temi?»
«Non oso nemmeno dirlo…» sospira.
Le due donne riprendono a lavorare le loro stoffe, le dita bluastre.
«Meruna! Meruna!» un giovane prestante viene verso di lei, i capelli biondi ordinati, una divisa di colore grigio abbottonata fino al collo, dei pantaloni stretti sulle gambe, delle scarpe di pelle.
«Parli di Lisolken e spunta dalle nuvole!» dice Milia con un altro di quei sorrisi sagaci. Si alza e si allontana per stendere il suo drappo ad asciugare.
Jannis le si avvicina. I suoi occhi si fermano sulle mani blu di guado. Meruna nota un’espressione di disgusto sul suo volto.
«Guarda!» le mostra un pezzo di carta.
Lei si alza in piedi e allunga la mano per prenderlo, ma lui lo ritrae inorridito.
«Lo tengo io.» dice con fermezza.
Meruna lo legge e sente il sangue scorrere via dal volto: «Che cos’è?» anche se sa benissimo di che cosa si tratta.
«Mi sono arruolato! Il re ha aperto le iscrizioni per la milizia di Mellersh e mi sono arruolato!» i suoi occhi brillano, ma il fuoco che lei vi aveva scorto quel giorno d’inverno in cui si erano scontrati sulla via, era sparito. Ora c’era una fiamma diversa, zampilli di gelo nella profondità delle sue pupille circondate di anice stellato.
Senza dire niente, torna a sedersi sullo scranno e batte il tessuto imbevuto di guado e urina.
«Non sei fiera di me?» la voce tradisce la delusione.
Prima di dire qualunque cosa, Meruna termina di colpire il panno, si alza tirandolo con sé e si allontana per metterlo a stendere. Ora lo sente l’odore di urina, si accorge che le sue narici ne sono impregnate come la stoffa che ha appena appeso.
Si volta a guardarlo con aria seria: «È un fanatico che cerca altri fanatici. E tu hai deciso di essere uno di loro.»
«Re Alcad vuole portare ordine e disciplina. Che cosa c’è di sbagliato?»
«Vuole sopprimere e cancellare. Che ne è della libertà individuale? Che ne è di coloro che credono in qualcosa di diverso?»
«Se credono in ciò che è sbagliato, vanno indirizzati verso la Vera Via.»
Una folata di vento caldo le alza i capelli: «E chi sei tu per sapere qual è la Vera Via? Chi ti dà il diritto di definire la Vera Via? Non pensi che chi crede in Glufall sia convinto di seguire la Vera Via?»
«Ma si sbagliano!» la voce di Jannis si alza «Il caos porta ad altro caos. Mellersh insegna l’ordine e la disciplina, senza esse la vita di una società non è che perdizione e rovina.»
«Questo è ciò che pensi tu.» Meruna sospira «Vorrei che te ne andassi.» il cuore le fa male.
«Ma…» Jannis è interdetto. Forse pensava che lei avrebbe reagito in modo diverso?
«Vattene.» si volta per prendere un pezzo di stoffa sbiancato e ricominciare il suo lavoro.
Jannis se ne va, il passo lesto è pesante, i tacchi delle scarpe battono sulla pietra scaldata dal sole primaverile.
Solo allora Meruna si concede di piangere.
La retata
Jannis camminava a passo spedito. Dietro di sé altri dodici. Vestivano pantaloni grigi, giacche con trentaquattro piccoli bottoni neri, gli ultimi tre a chiudere il collo stretto. Sul petto portavano una spilla: due falci di luna come due parentesi a chiudere una stella a otto punte. Le scarpe con i tacchetti di legno ticchettavano sulle piastre di pietra del salone. Si fermarono davanti a una porta. Jannis guardò i suoi compagni, ognuno stringeva in una mano il frustino di pelle della Milizia dei Giusti. In testa, sui copricapi di metallo era inciso lo stesso simbolo della spilla. Corde pendevano dalle cintole dei pantaloni stretti.
Si pose un dito davanti alla bocca. Dietro la porta si udivano canti e voci. Fece un cenno di assenso con la testa e aprì la porta con uno scatto. I tredici scesero le scale di fretta. Il legno contro la pietra rimbombava nel corridoio scuro. Quando entrarono nel seminterrato la musica si fermò e il panico dilagò.
«Sono arrivati!»
«Ci hanno scoperti!»
«Fuggite!»
Figure mezze svestite si precipitarono a gran velocità verso l’altro lato della sala, in direzione di un’altra scala di pietra.
«Impedite che scappino!» si levò perentoria la voce di Jannis.
Una donna con una maschera sul volto si fermò in mezzo alla sala e si voltò a guardarlo. Il vestito che indossava era stato tolto per metà e il suo seno florido brillava di bagliori giallastri alla luce delle fiaccole. Il simbolo di Dibensh le copriva il volto, il legno dipinto di bianco formava un sorriso dalle labbra rosse come il fuoco della passione. I buchi per gli occhi erano grandi e mostravano anche le sopracciglia.
Avrebbe riconosciuto ovunque quella cicatrice tra spalla e collo. Quella bruciatura fatta per amore, come gli aveva raccontato anni prima.
Il fragore della fuga, le urla degli inseguitori, le frustate degli scudisci di pelle. Tutto si fermò e tacque mentre Jannis contemplava la donna che aveva amato… Che amava.
Lei fece un passo verso di lui e tolse la maschera.
La stanza era vuota ai suoi sensi. C’era solo lei di fronte a lui. Ombre e luci che si muovevano sul suo corpo dalla pelle scura. I suoi occhi lo scrutavano di blu intenso. Due Hiyabi arulei, gelidi come le fiamme di Grasco.
«Così ci rivediamo.» non aveva mai sentito la voce così dura. Era abituato ai suoi sorrisi, alla sua leggerezza, alla sua ingenuità. Non aveva più niente dell’espressione che, alla Luna Storta, le aveva ricordato Pervin.
«Dibensh… avrei dovuto immaginarlo.»
«Sì, avresti dovuto immaginare che sono una seguace della libertà.» disse lei ancora con quella voce gelida.
I seni sembravano chiamarlo, i capezzoli grandi e scuri. I pantaloni si fecero stretti sotto la vita. Qualcosa dentro di lui stava reagendo. Il suo istinto animale, quello che reprimeva da una vita. Quello che aveva guidato i suoi genitori. Ora loro marcivano in una cella ed era stato lui a rinchiuderli lì. Strinse il frustino con forza, sentì la pelle attorcigliata dell’impugnatura lasciargli segni sui palmi.
Lo fece schioccare. Sulla sua coscia. Il dolore lo riportò alla realtà, alla sua missione. La stretta nei pantaloni si allentò: «Della liberta?» rise «Dell’inganno, della lussuria, della lascivia. Questo è il tuo dio. Questo ti insegna: l’egoismo.»
«Ci sono modi e modi di servire Dibensh.» la sua voce era violenta come le sferzate della Milizia dei Giusti. «I tuoi genitori hanno scelto la via dell’egoismo. Non è questa la mia via e se mi conoscessi davvero lo sapresti.»
La mano di Jannis lasciò appena la presa del frustino ed esso si mosse verso il basso, quasi volesse lasciarsi cadere. La conosceva davvero? Sì, sapeva da sempre che Dibensh era il suo dio. Sapeva che la libertà era ciò che sognava, ciò a cui aspirava.
«E ora il tuo dio non è altro che un monarca fanatico.» Meruna sputò ai suoi piedi.
Gli tornarono alla memoria le sue parole nella conceria: «È un fanatico che cerca altri fanatici.» gli aveva detto.
«Arrestami, picchiami, portami in prigione.» lasciò cadere la maschera e allungò le braccia.
Jannis rimase interdetto. Il suo sguardo tornò su quegli occhi blu. Scesero di nuovo sui seni che aveva baciato, su quella pelle che aveva odorato quando i loro corpi si erano uniti. Il suo corpo reagì prima di lui. Sentì ancora quella tensione fastidiosa, quel disagio di un istinto contrario al suo mondo fatto di regole e controllo.
Alzò il braccio per colpirsi di nuovo.
Un rumore sanguinante lo riportò alla realtà. Gli ricordò dov’era e che cosa stava facendo. Uno dei Giusti aveva colpito la sua Meruna sul ventre. Lei si era piegata in avanti portando le mani al grembo. Quando si sollevò di nuovo, tre graffi rossi le attraversavano la pancia e il sangue le usciva copioso dalle ferite.
Jannis lasciò cadere il frustino e si lanciò in avanti. «Meruna!»
Con la coda dell’occhio vide lo stesso miliziano sollevare il braccio per sferrare un altro colpo. Intercettò i nastri di pelle che si avvilupparono attorno al suo avambraccio. L’istinto aveva avuto il sopravvento sulle regole e ora il dolore sembrava Giusto.
Meruna lo guardava stupefatta: le mani premevano la stoffa dell’abito contro il ventre sanguinante, ma gli occhi erano fissi nei suoi. Jannis lo sapeva: le lacrime che facevano scintillare le sue iridi blu non erano di dolore fisico. Nemmeno lei aveva smesso di amarlo.
Con un gesto strappò la spilla dal petto.
Un altro colpo si accanì sul corpo di Meruna, sulla schiena e lei lanciò un urlo di dolore.
Jannis si gettò su di lei per farle da scudo.
Furono legati insieme e condotti al palazzo reale dai dodici Giusti con gli altri che non erano riusciti a fuggire.
Una speranza
La strada sul carro è stata dolorosa. Ogni scossa è stata segnata da dolori lancinanti alla schiena e all’addome. Non l’hanno coperta, non l’hanno fasciata. Con le mani legate, gli occhi lucidi e i bottoni della giacca strappati, Jannis ha fatto ciò che ha potuto.
Meruna siede nelle prigioni. Ci sono altre donne con lei, ma gli uomini li hanno portati altrove. Ci sarà un giudizio? Quale sarà la condanna? Nessuno lo sa.
Non si è guardata attorno, non ha cercato di vedere le sue compagne di cella. Le azioni di Jannis l’hanno sconvolta. Ha visto il fuoco del fanatismo spegnersi nei suoi occhi di anice.
Usa brandelli di gonna per tamponare le ferite. Se non fosse stato per quel colpo, Jannis sarebbe ancora lì, tra le fila di quei fanatici, a portare dolore e repressione per conto di un sovrano malefico.
Una mano le tocca la spalla: «Meruna, lascia che ti aiuti.» È Gardia. Anche lei era alla festa. Meruna sperava che fosse riuscita a scappare. Tuttavia ora è felice che sia al suo fianco.
«Ci vorrebbe dell’acqua.»
Meruna annuisce. Lo sa. Ma la poca che hanno serve per non morire di sete.
Gardia la fascia. La stoffa è stretta e fa un po’ male, ma sa che è giusto così: deve bloccare la fuoriuscita di sangue.
«Quello era Jannis, vero?»
Meruna annuisce ancora.
«Si è messo in un bel guaio per salvarti.»
Ancora un gesto senza una parola.
«Almeno ora non fa più parte di quella masnada di pazzi invasati!» c’è un disprezzo nella voce di Gardia al quale non è abituata. È sempre stata una donna pacata e gioviale.
Sono due anni che Alcad è al potere, due anni in cui non ha fatto altro che imporre regole e vietare. Chiudere templi e culti. Meruna si era chiesta quando sarebbe toccato a Dibensh. C’era da aspettarselo. Mellersh e Dibensh sono sempre stati rivali. Il dio della giustizia, come lo chiamano, ha sempre fatto di tutto per ostacolare il fratello. Tutti lo sanno.
«Gardia, che cosa credi che succederà?» la sua voce suona spenta nella cella. Che cosa direbbe sua madre vedendola ora?
«Non lo so. Con questo pazzo al potere mi stupirei se ci facessero un processo.»
«E anche se lo faranno,» interviene una donna seduta lì vicino «sarà tenuto dai giudici di Mellersh…» sospirò.
«Questo vuol dire patibolo.» conclude un’altra donna.
I giorni passano. Nessuno parla con loro. Nessuno dice niente.
La cella puzza di escrementi, urina e umidità. Una fiaccola è accesa all’esterno della cella e lancia un lieve lucore oltre le sbarre. Una semioscurità perpetua che impedisce di capire se i giorni stiano passando o se siano trascorse solo poche interminabili ore. I pasti e i bisogni fisiologici sono il loro unico indizio del tempo che va.
«Meruna Bucher.» la voce di una guardia la chiama.
Lei si alza, lancia un’occhiata all’amica e si avvia verso il suo destino.
Senza tanti complimenti la spingono verso le scale. Mentre sale pensa che deve ritrovare un po’ del suo orgoglio. Nonostante l’abito sudicio e l’odore nauseante che emana alza la testa. La spintonano lungo un corridoio illuminato e infine nella sala del trono: un mirabolante cilindro di pietra su cui si affacciano palchi e terrazzi. Si apre su un finestrone a cupola di vetro che mostra il cielo azzurro di fuori.
La sala è gremita. Il re siede su uno scranno. La pelle del viso sembra sporca, ma Meruna sa che è il suo colore naturale. I capelli neri sono unti sotto la corona. Ha un’espressione fosca. Alcad il Fosco, decide di chiamarlo così d’ora in poi.
Non vuole guardarsi attorno. Non gli interessa di chi la osserva. Però sente uno sguardo su di sé e non può evitare di voltarsi. È lì. Tra la folla c'è il suo Jannis. I capelli sono un po’ più lunghi del solito e non più ordinati. Non avrebbe mai detto che fossero ricci. Indossa una giacca nera, ma i primi tre bottoni sono aperti. Sembra voler comunicarle qualcosa con lo sguardo, sembra implorarla.
«Meruna Bucher,» una voce la fa voltare «sei stata arrestata per aver partecipato a una festa clandestina in onore del dio Dibensh. Confermi?»
L’uomo è grasso. Tiene tra le dita tozze un foglio srotolato dal quale legge. Lei gli punta gli occhi addosso e lo fissa con disprezzo. Annuisce.
«Rispondi con la voce affinché tutti possano sentirti.» il tono dell’uomo è monotono.
«Sì, confermo.»
«Eri a conoscenza del regolamento numero ottantanove del regno di Alcad che vieta il culto del suddetto dio?»
«Sì.»
«Per quale motivo ti sei recata quel giorno a quella celebrazione clandestina, nonostante sia contraria alla legge del regno?»
Meruna chiude gli occhi e inspira a fondo: «Da secoli il culto di Dibensh è stato parte fondante della religione di Harlin. Con orgoglio nei secoli passati l’abbiamo esportato a Banir e in Sarsia. Due anni di regno del nostro nuovo re e le tradizioni vengono dichiarate fuorilegge?»
Un mormorio si leva nella stanza. Molti dei presenti si muovono a disagio.
Re Alcad il Fosco sistema la corona sulla testa e le si rivolge: «L’intento della maestà nostra è di riportare ordine e gloria al nostro regno. Dibensh è una divinità meschina e lasciva che fa dell’inganno e del caos il suo modo di vivere.»
«Così come Glufall. Così come Spisik. E chissà quanti altri dei eliminerete prima della fine. Volete che Harlin diventi monoteista, forse?»
I presenti inorridiscono, ma il re rimane calmo: «Non dobbiamo certo filosofeggiare le scelte per il nostro regno con una conciatrice fetida».
L’uomo grasso con il foglio in mano le si rivolge di nuovo: «Ti è data la scelta. Jannis von Stalhein ha portato il tuo caso di fronte alla corte e ha detto di essere disposto a farsi da garante per te, se rinnegherai la tua fede in Dibensh».
Ecco che cosa voleva dirle mentre entrava nella sala. Come aveva fatto a riconquistare la fiducia della corte? Non è certa che la legge del dio Mellersh sia misericordiosa e offra seconde possibilità.
Il re interviene: «La scelta è semplice: rinnega Dibensh e abbandona il regno con von Stalhein, oppure muori con lui sulla forca».
Un altro mormorio percorre la sala. Meruna si volta verso Jannis. È sbiancato. Non era questo ciò che aveva pattuito, è chiaro. Osserva il re con terrore e odio. Si volta verso di lei e le fa un impercettibile segno con la testa.
Sta rimettendo la scelta a lei. Morire assieme o essere esiliati dal proprio regno, dalla propria patria.
«Ebbene?» risuona la voce del re.
Meruna guarda per un’ultima volta Jannis.
Una nuova vita
La nave era salpata da pochi giorni dal porto di Nifen. Seguiva la costa e sarebbe arrivata a Corregas in altri tre giorni di viaggio. Non era una delle navi mercantili di Harlin. Era una nave Gelsa, il popolo di nomadi che si spostava fra i quattro regni.
Jannis fissava l’orizzonte, la giacca aperta lasciava scorrere l’aria salmastra sull’addome. Sentiva il profumo del mare, ascoltava i gabbiani che non aveva mai visto prima. Ammirava meravigliato i delfini che saltavano davanti alla prua della loro imbarcazione.
Pensava a quel giorno di due settimane prima. A quel processo a Meruna. Sarebbe stato pronto a morire con lei, se quella fosse stata la sua decisione. E per lunghi minuti aveva temuto che sarebbe stato così: rinnegare Dibensh per lei, sarebbe stata la fine della libertà, sarebbe stato ammettere la sconfitta. Sapeva che se fosse stata da sola di fronte a quella decisione e se il suo destino non fosse stato legato al proprio, non ci avrebbe pensato un secondo. Invece l’aveva guardato a lungo con quella determinazione che tanto apprezzava in lei e si era rivolta al giudice, al re e alla corte intera e aveva detto: «Rinnego il nome di Dibensh davanti a questo tribunale, perché un dio che risiede nel cuore, non ha bisogno di essere urlato nelle piazze di un re cieco.»
Aveva avuto paura che l’avrebbero uccisa lo stesso, che si sarebbero rimangiati la parola e avrebbero giustiziato entrambi per la sua audacia. Invece erano stati accompagnati a Nifen e poi su una nave.
Non poté non sorridere. Certo, aveva abbandonato i suoi fratelli, ma ora forse non avevano più bisogno di lui. Per la prima volta si sentiva libero. Senza pesi, senza responsabilità.
Delle braccia lo strinsero da dietro. Riconobbe le forme morbide di Meruna. Si voltò. Eccoli i suoi occhi blu. Ecco il suo corpo voluttuoso. La baciò.
«Non hai freddo con la pancia scoperta?» sorrise lei.
Lui fece un cenno di diniego: «Quest’aria fresca sulla pelle sa di libertà.»
La mano di lei passò come una carezza sul braccio dove le ferite si stavano rimarginando. «Resterà una cicatrice.»
«E io la porterò con orgoglio, come quella che hai qui.» la baciò sul collo, sulla pelle sbiancata a ricordo di un sacrificio fatto per amore.








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