Caldo tuo
La pietra tra loro emana un bagliore rosso ruggine che dipinge le pareti bianche di sangue. Nella stanza di un caldo soffocante, l’uomo fissa un’ombra sul muro. È quella della sorella Beria, seduta immobile di fronte a lui.
Un colpo di tosse gli scuote il corpo.
«Devi comprarne una nuova, Nevore.» la voce della donna rompe il silenzio, la sua mano si allunga sul piano di legno del tavolo cercando il suo braccio.
«Lo sai che non posso permettermelo, Beria.» L’uomo porta la mano davanti alla bocca per coprire un altro eccesso di tosse.
«Devo tornare dai bambini.» lo sguardo della donna è pieno di tristezza «Vuoi che ti aiuti ad andare a letto?»
Nevore nega con un cenno della testa: «Krisiop tornerà.»
«È la notte di Seishun. Lo sai che oggi non verrà.» il pollice di Beria gli accarezza l’avambraccio.
Nevore alza lo sguardo verso di lei: «Quest’anno…»
Beria scuote il capo e ritrae la mano: «Sei un illuso. Nevore…» i loro occhi fissi gli uni negli altri «Lui è un aruleo. Perché non ascolti la mamma e ti trovi una ragazza umana con cui metter su fami…»
«In queste condizioni?» la interrompe lui «Chi credi voglia accompagnarsi a un moribondo?»
«Non sei moribondo. E sei ancora giovane. Perché non vai dalla guaritrice di via Discesa? Lei avrà di certo un rimedio.»
Nevore sbuffa, provocando un altro attacco di tosse: «Ci sono già stato.»
«E che cosa ti ha detto?»
«Che devo smettere di fare il mio lavoro. L’umidità e la polvere di roccia sono ciò che mi sta uccidendo.»
«E perché non lo fai?» Beria sta piangendo. Grosse lacrime rosse le scendono lungo le guance. Di nuovo allunga la mano alla ricerca del contatto col braccio del fratello.
«Lo senti questo rantolo? È il suono dei bacini acquiferi. Non so fare altro e loro non mi lasceranno andare finché non avranno preso tutto.»
«Nevore… hai solo trent’anni. Puoi imparare un mestiere qualunque. Sei troppo giovane per arrenderti adesso.»
L’uomo ritira il braccio sottraendolo al contatto della mano soffice. «Dovrei andare a lavorare al porto? Mi preferiresti con la schiena rotta? Ingobbito come nostro zio che a quarant’anni ha smesso di lavorare ed è morto di stenti?»
Beria lo guarda senza aggiungere altro. La fronte è imperlata di sudore.
«Sorella, io ho preso le mie decisioni. E l’amore non è cosa che si possa comandare…»
Ora è Beria a sbuffare.
«Credi che non sia davvero innamorato di Krisiop? Credi che sia un atto di ribellione?» la donna annuisce seria «Ti sbagli. Non mi importa che appartenga a un’altra razza. Non mi interessa che sia uno spreco! Non mi interessa che la mamma non approvi! Né che papà voglia farmi sposare alla figlia del fornaio…» la rabbia e la voce alta gli provocano un altro attacco di tosse, più lungo. Le mani sono sporche di sangue quando la tosse si placa. Nevore le guarda per un momento, le pulisce su uno straccio appeso alla cintola dei pantaloni e fa un respiro profondo prima di tornare a guardare la sorella: «Sto morendo. Lo so. Lascia che viva ciò che mi resta come voglio.» stavolta è lui ad allungare una mano verso il braccio della sorella che piange. «Io lo amo, anche se per voi è difficile capirlo. Non solo perché mi ha salvato la vita anni or sono, ma per come mi fa sentire. Per la persona che sono quando sono con lui.»
Beria lo guarda, gli occhi lucidi. Si alza e aggira il tavolo. Gli bacia la testa mentre lo abbraccia.
«Sicuro che non vuoi che ti aiuti a metterti a letto?»
«Sicuro…» sussurra Nevore nell’abbraccio confortante della sorella.
«Devo andare dai bambini.» si stacca da lui e lo guarda dall’alto.
«Buonanotte Beria.»
Lei annuisce prima di uscire dalla porta di legno scuro lasciandolo solo.
Nevore non si muove, rimane seduto a guardare la Dolente emettere i suoi bagliori rossi dal tavolo. Si sta spegnendo, forse non arriverà alla fine della notte. Forse morirà prima dell’alba. E se anche fosse? Lo accompagnerà nel suo sonno e diventerà polvere. Se è destino che sia così, così sarà.
Getta un’ultima occhiata alla pietra pulsante. Se Krisiop fosse lì, gli avrebbe chiesto di corpirla. Dice che emette un ronzio insopportabile per le sue orecchie, ma Nevore non l’ha mai sentito.
Si alza e attraversa la porta per entrare nella stanza accanto. Il suo giaciglio lo attende.
Il caldo nella stanza è opprimente. La finestra è aperta, ma non passa un filo d’aria. L’umidità sembra volerlo soffocare. Prova a fare un respiro profondo che però gli provoca un altro eccesso di tosse. Appesa agli stipiti della finestra aperta sulla città silente, l’amaca di foglie di Krisiop. Avvicina la faccia per sentire l’odore familiare di quella creatura che era entrata nella sua vita molti anni prima. Ora si trovava con il suo clan. Nevore lo sapeva anche prima che glielo ricordasse sua sorella.
La notte di Seishun è la notte dell’accoppiamento. Ogni anno, in quella notte, il suo Krisiop lasciava la città come tutti i suoi simili e raggiungeva le fronde degli alberi nella foresta a ovest di Corregas per la Festa dei Frutti, come la chiamano. Una nuova generazione di arulei veniva concepita durante la notte di Seishun.
Nevore cerca di immaginarsi il groviglio di piccoli corpi, artigli che si aggrappano ai rami, foglie scosse, graffi e suoni aspirati tipici della loro lingua. Non riesce a trattenere una lacrima.
Krisiop non aveva mai voluto fare l’amore con lui. Al di fuori di quella notte, il sesso non esiste per gli arulei. Forse Beria ha ragione. Che cosa ci fa con un essere di un’altra specie? Sono così diversi. Lui, un uomo di media statura. Il desiderio di un compagno unico. La congiunzione carnale come atto di unione. Una vita media di poco più di sessant’anni, anche se la sua sarebbe terminata molto prima. L’altro, un aruleo. Una creatura molto più piccola, alto poco più di un metro. Disposto a un’unione profonda, ma senza l’atto carnale. Attirato dall’istinto una notte all’anno a riprodursi. Molto più longevo avrebbe vissuto almeno un paio di secoli.
Forse ha ragione sua madre. Sta perdendo il suo tempo?
Sospira guardando le luci verdognole che illuminano le vie della città. Corregas è un gioiello bianco sulla scogliera di G.R.A.S.Co. Non ha mai visitato le foreste degli arulei boschivi, né le spiaggie degli arulei sabbiosi. Ha vissuto in quella città che gli è sempre sembrata il luogo più bello dove poter abitare. La morte gli pare tanto vicina in quel momento.
Con l’avambraccio si asciuga le gocce di sudore che gli imperlano la fronte.
Si volta e piega le gambe. In una terrina di legno stanno dei funghi blu scuro. Sembrano delle prugne raggrinzite. Raccoglie due pietre nere da terra e le sfrega una contro l’altra. Piccole scintille bluastre cadono sopra i funghi che si accendono di un familiare fuoco azzurro. Non si sollevano in fiamme, né producono calore. Sembra lava azzurra che comincia subito ad assorbire l’umidità dell’aria.
La prima volta che Krisiop le aveva accese, Nevore aveva pensato a una magia: del fuoco liquido che assorbe l’umidità e produce fresco. Le voleva toccare per sentirne la consistenza, ma Krisiop l’aveva fermato: «Kkkhhh… freddo brucia. Gelo-gelo. Dito tocca, dito cade. Hhhh!»
Sorride Nevore pensando alla sua mano artigliata che gli tiene fermo il polso. Sorride al ricordo del contatto con la pelle fresca, liscia come corteccia levigata. Sorride pensando alle sue orecchie lunghe, quella destra senza la punta.
Vorrebbe averlo lì ora. Sentire il suo corpicino verdognolo a contatto con la sua pelle. E mentre le Fiamme Fresche - o Hiyabi, come le chiamava Krisiop nella sua lingua di graffi aspirati - assorbono umidità e calore dalla stanza, a lui sembra di sentire il tocco delicato delle sue mani che gli accarezzano la pelle.
Si stende sul giaciglio nell’angolo e guarda ipnotizzato i bagliori delle fiamme.
Non si è accorto di essersi addormentato. Apre gli occhi sentendo un tocco leggero sulla schiena. Non è spaventato, solo confuso. La stanza è fresca. Qualcosa gli scorre sulla pelle nuda. Sembrano unghie. Nella ciotola di legno tenui bagliori gli dicono che lo Hiyabi si è quasi consumato, ma gli ultimi riflessi azzurri si riflettono ancora sulle pareti bianche.
Si mette a sedere interrompendo il contatto.
Tossisce.
«Hhhhiii… Istinto forte.» la voce è graffiante «Ma cuore brucia come Hiyabi.» gli artigli sono carezze.
«Krisiop!» Nevore sorride «Sei tornato.»
L’aruleo annuisce nella penombra. La pelle liscia risplende nel luccichio delle ultime Fiamme Fresche.
Senza sforzo lo solleva e se lo siede sulle gambe. Lo stringe a sé. Le mani artigliate della creatura che tiene fra le braccia tornano a passare con delicatezza sulla sua schiena. Nevore inspira l’odore del suo compagno, un misto di muschio e frescura di bosco. Lo allontana da sé. Lo osserva attraverso il velo delle lacrime: il naso schiacciato, i grandi occhi viola, la fronte appiattita e la testa tonda. I denti diritti e rettangolari tra le labbra aperte in un sorriso. I muscoli tesi sotto la superficie liscia della pelle verdina.
È nudo.
Si baciano. Non era mai successo prima. La sua bocca ha un sapore strano: corteccia? Legno? Erba appena tagliata? La lingua si scontra con la sua, più piccola, appuntita e ruvida.
Si scostano di nuovo.
«Kkkrrr… Sishun sterile. Corpo uomo, caldo sole.» raccoglie due funghi tondi e grinzosi e li lancia nella ciotola di legno. Subito lo Hiyabi si riaccende rinfrescando l’ambiente.
Sono impacciati. Nevore teme di fargli del male con il suo peso e la sua goffaggine. Kririop è attento con gli artigli di mani e piedi, mentre sfiora i muscoli definiti del suo compagno.
«Ti amo.» sussurra Nevore.
«Ashhh. Caldo tuo, pelle mia cerca.» risponde Kriosop sottovoce.
Fanno l’amore. Con delicatezza. Con cura. Con attenzione. Come un rito alla dea della vita Daichi Misama. Come la scoperta di un giardino sacro al dio della natura Konara Kashi. Come un inno alle dee lunari Tsuki e Gecko.
Per la prima volta Krisiop si addormenta nel giaciglio di Nevore e lui lo abbraccia come un bimbo di cui prendersi cura, nonostante sia molto più giovane del suo compagno aruleo.
La mattina sorge dorata. Lo Hiyabi è spento nella ciotola di legno.
Fuori dalla finestra la città si sveglia: rumore di passi giunge dalla strada, voci e richiami nel caldo umido. Ma dentro, nella stanza bianca, c’è un silenzio nuovo.
Krisiop annusa un odore strano nell’aria. Si stringe di più al corpo di Nevore, ma qualcosa non va. Non è caldo come dovrebbe. Si alza sulle gambe corte. Lo scuote. Lo chiama: «Nevore. Uomo caldo. Daichi misrhhaka!» Lo scuote ancora: «Kkkrrr! Daichi mechkaraddach! Daichi misrhhaka! Krachahad!»
Si stende di nuovo accanto al suo Nevore. Mette il braccio dell’uomo sopra di sé per sentirne ancora il peso, la vicinanza greve.
«Ashhh. Caldo tuo, pelle mia cerca.»




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