La credenza

Dalla finestrella filtrava una luce grigia come il cielo su Banir. Spente le pagliuzze argentate che di solito splendevano sugli edifici color sabbia della capitale, come stelle nelle notti senza lune; coperte dagli ammassi di nuvole cariche di pioggia. La città sorgeva su un colle solitario in mezzo alle pianure della contea di Ca’ Mampagna. La Città di Sabbia e Argento, la chiamavano.
Amario stava dietro il bancone della sua bottega. Lo sguardo perso. Il sorriso astuto non gli increspava il volto. Una profonda tristezza aveva spento il suo sorriso.
Con gli infissi chiusi non sentiva cosa accadeva oltre la porta del negozio, ma ormai da settimane era lo stesso: il viavai della capitale s’era fermato. Al mercato si trovavano solo le bancarelle di pochi temerari o disperati. I nobili e i ricchi erano scappati nelle campagne. Nessuno comprava se non lo stretto indispensabile. Con i volti coperti da sciarpe o lembi di stoffa, la gente di Banir si aggirava per la città scrutando gli altri con sospetto e timore.
L’ospitale era pieno, così come la fossa scavata fuori dalle imponenti mura oltre il fiume. Lontano dalle case dei contadini, lontano dai campi, lontano dalla strada. Il re - segregato nel suo palazzo - aveva sancito di far bruciare i corpi e così al tramonto, ogni cinque giorni, un fumo acre si levava nei cieli poco lontano dalla città, come una preghiera alla Grande Bayanadir, la dea sole, madre del creato, e ai suoi figli gemelli Fuga e Riga, affinché placassero l’ira scatenata su tutto il regno di Banir.
Amario non riusciva a capire chi accettava il rischio di infettarsi per accompagnare quei poveri appestati alla morte. Così come non aveva compreso “la necessità” di Durco di aiutare all’ospitale.
«Ti ammalerai!» gli aveva detto mentre lui usciva «E quando succederà non verrò certo a piangere la tua morte. Potrai restartene all’ospitale finché non ti metteranno nella fossa comune.»
Durco ci era andato lo stesso.
Amario guardò la candela che teneva fra le mani. L’odore della resina di betulla era ancora forte. Era l’ultima rimasta dallo scherzo orchestrato ai danni dell’illustre Consigliere Crisorio che era entrato nella sua bottega alcuni anni prima.
La porta fece tintinnare la campanella appesa sull’architrave mentre si apriva lasciando entrare il marasma di voci della strada. Amario stava contemplando il suo ultimo acquisto: una boccetta di resina di betulla. Il suo compare della gilda dei ladri l’aveva sequestrata a un mercante prima che entrasse in città. Il re la usava per dei bagni purificatori. Credeva avesse effetto sulla pelle macchiata da continui eritemi rossastri: gli procuravano un prurito che lo teneva sveglio e lo stava facendo diventare matto.
Amario poggiò l’ampolla sul bancone e guardò l’uomo appena entrato. La veste che indossava era di fine broccato dorato. Troppo oro anche per una cena con il sovrano. All’ampia vita era stretta una cintura con una fibbia d’argento. Il metallo prezioso risplendeva nei furtivi raggi di sole che entravano dalla finestra. Il mento faceva tre balzi prima di raggiungere il collo, dandogli l’aspetto di un tacchino pronto per una cena nuziale. Le guance tonde avvolgevano un nasino che pareva soffocare nel grasso, come la scarpa di un bambino rimasta inviluppata in una pozzanghera fangosa. Gli occhi piccoli erano socchiusi e intrisi di tristezza.
«Gentile signore!» esclamò con mezzo inchino e un sorriso nascosto «Come posso esserle d’abbisogno quest’oggi?»
«Dovete aiutarmi!» l’uomo si guardò attorno come cercando qualcosa «Mio figlio… devo parlare con mio figlio.» La voce acuta tremava.
«Non credo si trovi qui.» Anche Amario si guardò attorno «A meno che non siate il padre del buon Durco, laggiù.» Indicò l’uomo dalla folta barba nera seduto in un angolo intento a cercare di riparare la copertina di un libro.
«No, certo che no… Mio figlio è morto.»
Gli occhi di Amario si aprirono. Ecco un ricco tonto da gabbare. Si fece serio: «Siete capitato nel posto giusto!» gli disse indicandogli l’ampolla che aveva appena appoggiato sul bancone. «Si dà il caso che sia appena venuto in possesso di una rarità.» Sollevò il recipiente di vetro e mostrò il contenuto scuro e viscoso.
L’uomo si avvicinò e l’osservò con i suoi occhietti castani, l’aria dubbiosa: «Che cosa sarebbe?» Chiese con la vocetta acuta.
«Come di certo un uomo tanto illustre sa, la betulla è l’albero che apre il velo verso il Dilà.»
L’uomo annuì convinto.
«Questa è resina di betulla. Se tornerete domani, vi preparerò una candela con la quale potrete udire la voce di vostro figlio.»
L’uomo parve ancora un po’ scettico. Amario si voltò a guardare Durco. Aveva smesso il suo lavoro e lo osservava con… cosa? Curiosità? Disapprovazione? Non avrebbe saputo dirlo. Di certo l’avrebbe scoperto non appena fossero stati soli.
«Ne siete sicuro?» chiese l’uomo guardando ancora il liquido nero nell’ampolla a facendolo girare.
«Buon uomo…» disse Amario stampandosi un sorriso sulla faccia «Le pare che mentirei su qualcosa di tanto serio?»
L’uomo grasso emise appena uno sbuffo.
«È vero o no che la betulla è il custode del passaggio fra i due mondi?»
Il nobile lo fissò e annuì.
Amario si protese in avanti sollevando l’ampolla: «Non è forse vero che la sua corteccia è dono degli dei lunari Fuga e Riga che le hanno regalato lo stesso colore dei loro raggi splendenti?»
L’uomo annuì ancora facendo dondolare il triplo mento.
«Non è forse vero che il colore delle sue foglie autunnali è stato donato dalla dea Bayanadir a memoria del suo ritorno dopo l’inverno?»
La pappagorgia dondolò ancora.
«Allora si fidi di me: mi lasci cinque gari d’argento per comprare la cera d’api e domani torni a ritirare la sua candela e lasciare il saldo di tre nadi d’oro, in tal modo potrà sentire la voce di suo figlio dal Dilà.»
L’uomo lanciò un’ultima occhiata al liquido nero. Osservò Amario togliersi il berretto rosso e passarsi una mano a tre dita tra i capelli dorati. Estrasse quindi da una tasca di broccato una saccoccia da cui prelevò i cinque gari d’argento con sicurezza. Li poggiò sul bancone e uscì facendo tintinnare la campanella della porta.
«Che stolto!» sorrise Amario «Avrei dovuto chiedergli otto nadi d’oro!»
«Hai venduto la candela più costosa del regno, direi che gli hai spillato abbastanza soldi. Non sei d’accordo?» la voce profonda di Durco giunse dall’angolo della bottega, dove aveva ricominciato a riparare la copertina del libro.
«Nella saccoccia avrà avuto almeno quaranta monete d’oro. Chi va in giro con una tale somma, se non uno che di danari ne ha a bizzeffe? Hai visto i ricami del suo broccato?» sbuffò. «E poi non ha nemmeno guardato quando ha tirato fuori i gari. Uno che sa al tatto che tipo di moneta sta scegliendo, è uno abituato ad averne e spenderne più di quelli che gli servono.»
«Non tutti camminano diritti, ma tutti camminano verso qualcosa.» Sentenziò Durco.
«Che cosa vorresti dire?»
«Solo quel che ho detto.»
«Tu e la tua filosofia. Meglio che mi metta a sciogliere la cera.»
Il giorno successivo l’uomo tornò. Amario si tolse subito il berretto e fece un altro inchino di fronte al corpulento signore, il cui abito era di un intenso azzurro cielo.
«Bentornato, illustre signore.» disse con un altro dei suoi sorrisi affabili.
«È pronta?» chiese la voce acuta senza nemmeno salutare.
Amario estrasse una sottile candela scura e gliela presentò: «La migliore cera d’api del mercato e resina di betulla. Pronta per l’uso.»
L’uomo fece per allungare la mano, ma Amario ritrasse la propria: «Illustre gentiluomo, io ho fatto il mio lavoro, un compenso è tutto ciò che chiedo.»
«La voglio provare, prima.» Gli occhi sottili erano puntati in quelli grandi e celesti del bottegaio.
Durco si mosse nel suo angolo.
«La vuole provare?»
«Certo, accendetela qui, adesso. Se sarò soddisfatto vi pagherò quanto pattuito.»
Amario si morse la lingua per impedirsi uno dei suoi commenti sarcastici: «Molto bene.»
Durco si alzò e Amario seppe che voleva godersi la sua sconfitta da vicino. infilò la candela nel collo di una bottiglia e ne accese lo stoppino. Subito emanarono effluvi dolciastri mentre la resina bruciando rilasciava nella stanza un fumo scuro e verdognolo.
I tre stettero in silenzio in attesa. I pensieri di Amario vorticavano: per quale motivo non funzionava? Forse non si erano fatti i riti necessari? Forse funzionava solo se non c’era nessun altro? Forse… Ma le congetture per inventare una buona menzogna gli furono risparmiate.
La pappagorgia del nobiluomo prese a tremare, le guance si arrossarono, gli occhi si inumidirono.
«Lo sentite?» sussurrò con quella sua voce acuta.
Amario guardò Durco, anche il suo sguardo esprimeva la medesima incredulità.
«Sia lodata la splendente Bayanadir e i suoi figli Fuga e Riga che illuminano i cieli!» grosse lacrime ora scendevano sulle guance piene dell’uomo. Come ipnotizzato spense la fiamma con un delicato soffio. Senza toglierci gli occhi di dosso, estrasse ben più di tre nadi d’oro, li poggiò sul bancone e uscì stringendo la candela come il più prezioso dei tesori, lasciando un Amario incredulo nella bottega. Anche i suoi occhi brillavano, fissando le monete d’oro con un sorriso. Si voltò verso Durco con l’aria di chi vuol dire: «Te l’avevo detto.»
«Solo lo stolto scambia un colpo di fortuna per propria dote.»
La voce si era sparsa in fretta: un uomo nella seconda cerchia vendeva candele per parlare con i morti. Per qualche tempo Amario fu sommerso di lavoro. Finché le guardie del re non erano venute a verificare: la resina di betulla era un materiale raro e non era facile procurarsela. Essendo sparite alcune ampolle dall’ordine che aveva fatto il re, tutti ebbero ben chiaro da dove venisse la sua, ma non c’erano prove, giacché oramai l’aveva usata tutta per le candele.
Amario, che per essere stato sorpreso a rubare, aveva già perso mignolo e anulare della mano destra, fu sollevato di non poter essere ricondotto al furto e di aver salvato le dita rimanenti. Smise di vendere le prodigiose candele e di cercare altra resina di betulla. Gliene rimase una sola e la nascose in un cassetto che non apriva mai.
«Hai salvato il resto delle tue dita, a quanto pare,» aveva sentenziato Durco, senza alzare gli occhi dal suo lavoro, ma con un tono che non ammetteva repliche. «La fortuna ti ha concesso un tratto di strada senza dazi, Amario. Ma il cammino di Proskydromo insegna che ogni scorciatoia ha il suo pedaggio. Ciò che si prende in fretta, si paga col tempo.»
Amario aveva sbuffato, irritato dall’ennesima massima, ma non aveva risposto.
Quel giorno uggioso, con il cuore pesante, aveva aperto il cassetto ed estratto la candela dalla scatola.
Ora se la rigirava fra le otto dita e la osservava pieno di dubbio.
E se fosse riuscita davvero a farlo comunicare con Durco? O funzionava solo con i morti? Che discorsi fai, Amario?, si rimproverò. Questa candela non ha mai funzionato! La suggestione ha convinto quegli stolti del contrario.
Non aveva detto a nessuno che Durco era malato, altrimenti l’avrebbero portato via, sarebbe finito all’ospitale, morto insieme agli altri appestati, gettato nella fossa comune e bruciato il quinto giorno.
La mattina in cui si era svegliato con i sintomi della pestilenza l’aveva costretto a rimettersi a letto. Lui voleva andarsene per non infettare anche Amario, ma questi non si era lasciato convincere e se n’era preso cura. Erano giorni che gli stava vicino. Lo guardava peggiorare, lo lavava, gli cambiava le lenzuola sporche di feci e sangue, cercava di farlo bere e mangiare. Usciva di rado e solo per procurarsi del cibo. Il poco reperibile nella città semi abbandonata. Rientrava e gli stava accanto. Lo ascoltava nella sua agonia. Gli teneva la mano quando vaneggiava. Dormiva sulla sedia con la testa appoggiata a un braccio sul materasso.
Quando la mattina apriva gli scuri per far entrare la luce del sole, quasi Le si rivolgeva implorando di non portarglielo via. Poi si ricordava che erano tutte superstizioni e non sarebbe stata una presunta dea a salvare la vita del suo Durco.
Dalla sera precedente Durco non si svegliava. La fronte scottava. Gli faceva impacchi di acqua fresca infusa di erbe curative. Nulla sembrava funzionare.
Era sceso in quel pomeriggio grigio e aveva preso la candela quasi nera.
Era impolverata e appiccicosa. La avvicinò al naso e ne avvertì l’intenso odore di betulla, nonostante gli anni passati.
Forse…
Nella disperazione la strinse fra le mani e attraversò la porta del retro. Salì le scale ed entrò nella stanza dove Durco stava disteso, pallido e sudato, nel suo letto.
Sulla credenza di legno chiaro accanto al letto c’era una bugia d’argento su cui bruciava una candela. Amario la spense. Al suo posto mise quella nera e appiccicosa. Guardò la finestra aperta, ma da lì entrava solo il lucore grigio della giornata coperta.
Si voltò verso Durco e guardò le sue guance smunte coperte di barba, gli occhi chiusi, le mani pallide adagiate lungo i fianchi. Ne prese una e ricordò quel giorno di tredici anni prima in cui si erano conosciuti.
La locanda non aveva niente di speciale, se non che era parecchio affollata. Era l’ultima locanda sulla via prima di giungere alla capitale e distava circa trenta chilometri dalla Città di Sabbia e Argento. Amario temeva che non avrebbe trovato posto. Avrebbe dovuto dormire nella stalla con gli straccioni squattrinati e chi, come lui, era arrivato troppo tardi. Avrebbe dovuto sopportare la puzza dello sterco dei cavalli. Non sembrava un buon auspicio per l’ultima notte prima di arrivare a Banir.
La sala era piena del cicaleccio di voci e odorava di carne bollita e dell’afrore della pelle dei viaggiatori. Avanzò fra i tavoli evitando di scontrarsi con avventori alla terza o quarta birra che allungavano e alzavano le braccia.
Raggiunse il bancone dove l’oste gli porse un boccale di birra, senza attendere una sua richiesta: «Questa la offre la casa, ci vorrà un po’ prima che riesca a venire da te. Goditela nel frattempo.» E riprese il suo lavoro.
Amario si godette un lungo sorso della bevanda dorata: l’amaro pungente sulla lingua e le bolle che esplodevano contro il palato. Con lo stomaco brontolante per la fame si passò il dorso della mano sulla punta del naso coperta di schiuma e si guardò attorno nella confusione e nei fumi della sala.
Due donne sembravano intente in una gara di rutti con il loro vicino, un gigante dalle braccia enormi. Aveva bevuto troppo: il naso e le guance erano rossi come un pomodoro e a tratti doveva aggrapparsi al bordo del tavolo per non cadere di schiena.

Un gruppetto di nani parlava tra loro con fare circospetto: osservavano l’ambiente circostante e confabulavano. Era chiaro che non volevano essere ascoltati. Chissà che cosa facevano così lontano dalle Vette Corvine. Uno di essi pareva interessato ai candelabri che pendevano dal soffitto: reggevano almeno trenta candele ciascuno e non erano di ferro, ma di un materiale argentato che Amario non riconobbe.
In fondo alla sala, fra le colonne, il suo sguardo fu attirato da un uomo dalla folta barba nera. Era vestito da pellegrino. Un pendente al collo a forma di ponte gli disse che era un fedele di Proskydromo.
Si voltò per osservare altrove, ma scoprì che il suo sguardo tornava a quel viaggiatore come il corvo appena scacciato sui campi arati.
Gli diede le spalle e attese l’oste.
«Che cosa ti serve?» chiese con fare sbrigativo.
«Vorrei mangiare e pernottare.»
«Mangiare non è un problema.» l’omone si stava pulendo le mani su un grembiule che portava in vita e arrivava fino ai piedi. «Per dormire dovrai accontentarti di condividere una stanza. C’è un uomo laggiù che non ha problemi. Adesso chiamo Zanda per introdurvi.» Alzò la voce per sovrastare la confusione.
Una ragazza smilza li raggiunse poggiando alcuni boccali vuoti sul bancone. Avrà avuto più o meno la sua età. Una volta ricevute istruzioni dall’oste, gli fece cenno di seguirlo con l’aria di chi avrebbe preferito castrare un bue.
Con suo sommo fastidio, Amario si accorse che lo stava conducendo da quel monaco silenzioso seduto nell’angolo in fondo alla sala. Avrebbe quasi preferito dormire nella stalla, piuttosto che dover interagire con quel fanatico che non avrebbe fatto altro che parlare del suo dio e di filosofia.
La ragazza gli fece un cenno indicando il posto vuoto di fronte all’uomo.
«Ti porto la zuppa di carne.» La ragazza si voltò senza dire altro.
«E un’altra birra!» le urlò per farsi udire sopra la confusione. Lei alzò un braccio sottile come a dire che aveva capito e lui si sedette di fronte al monaco.
«Mi chiamo Durco.» Portò la mano destra sulla spalla sinistra e lo guardò con intensità.
«Amario.» Disse lui senza rispondere al saluto. Non gli interessava di essere scortese e comunque l’uomo non se la prese.
«Così sarai tu il mio compagno di stanza per stanotte.» Era una constatazione e c’era un sorriso sulle sue labbra.
Amario annuì.
«Condividere una stanza è come condividere un tratto di sentiero: o ci si sopporta, o si impara qualcosa.» Gli occhi scuri di Durco lo fissavano con un’intensità che lo metteva a disagio.
Amario si mosse sulla panca.
«A meno che il compagno russi, allora non si dorme e al mattino si parte con le lune storte.»
Durco sorrise.
«Da dove vieni?»
«Che t’importa?»
Durco fece una pausa, i suoi occhi scuri lo stavano studiando: «Hai ragione, non sono fatti miei.»
La ragazza tornò con un boccale di birra, una ciotola di zuppa calda e del pane. Amario affamato si immerse nel cibo e mangiò con avidità.
«Non importa da dove fuggi. Importa se un giorno avrai la capacità di voltarti e salutare.»
Amario interruppe l’attività e lo guardò con il cucchiaio fumante a mezz’aria di fronte al viso. Un noioso teologo come aveva immaginato. Deglutì.
«Proskydromo, eh? Non il più potente degli dei da seguire…» la sua lingua era più pungente del pepe che vi si trovava sopra.
Ancora una volta Durco si limitò a sorridere. Attese qualche secondo e replicò: «Non è sempre stato il mio dio. Un tempo ero monaco di Canto a Proxima e lodavo il dio della natura Frontyfisi per far crescere i boschi rigogliosi.»
«Ma quindi a te interessano solo le divinità inutili?» Come se avesse chiesto il colore dei suoi sandali.
Durco non parve per niente offeso: «Che divinità dovrei seguire, secondo te?»
«Non ci sono divinità degne di essere venerate, credo che a loro non interessi niente di noi.»
«Quindi non preghi?»
«Solo Dibensh, divinità del regno di Harlin.»
«Il dio dei ladri e degli inganni…» Durco annuì. «Quindi dovrei dormire con un ladro ingannatore?»
«Non ho mai derubato un monaco. E ho ancora un po’ di rispetto per gli anziani.» rise Amario. L’uomo di fronte a sé avrà avuto solo una decina d’anni più di lui.
Durco non disse nulla. Lo guardò con un sorriso pacifico e Amario si sentì nudo.
«A ogni modo Dibensh insegna a rubare a chi ha troppo, mai a chi ha solo lo stretto indispensabile.» aggiunse sulla difensiva «E non mi sembra che tu abbia troppo.»
«Gli incontri non si scelgono, si accolgono. È così che la strada parla.»
Ad Amario sembrava che quella massima volesse chiudere un discorso in cui non s’era detto nulla. Lo guardò a sua volta con intensità, deglutì l’ultimo pezzo di pane e bevve un gran sorso di birra. Frustrato dalla superiorità morale che il monaco gli sputava addosso con quei sorrisi condiscendenti, mollò un potente rutto a bocca aperta proprio in faccia al suo compagno di stanza: «All’uomo morto le scarpe non servono.»
Così condivisero la stanza e il letto. Prima di addormentarsi Amario ebbe la sensazione che non si sarebbe liberato di lui con facilità.
Da quella notte era cominciata la loro vita assieme. Avevano condiviso parole e silenzi, talvolta un giaciglio.
Amario guardò ancora una volta l’uomo disteso nel letto. Gli strinse la mano calda e pallida per la febbre e la malattia. La portò alle labbra, la baciò e la strinse contro la guancia.
Rimase così per qualche istante, mentre qualche lacrima gli scorreva sulle guance suo malgrado.
Riappoggiò la mano inerte del suo compagno sul letto e gli passò la sua sulla fronte: «Nulla ha funzionato. Forse il tuo dio ti mostrerà la via per tornare da me. Forse ti salverà.»
Si alzò e accese la candela nera che aveva sistemato nella bugia d’argento sopra la credenza. Subito un aroma dolciastro si diffuse nella stanza. Amario si sentì in qualche modo rinvigorito e gli parve di trovare un po’ di speranza.
Sottovoce prese a chiamare il nome di quell’uomo. Non l’avrebbe mai ammesso, ma era l’unica persona di cui gli fosse mai interessato qualcosa in tutta la sua vita.
Per anni i suoi genitori l’avevano costretto a pregare, ma non aveva mai voluto davvero imparare. E loro pregavano la triade, le supreme divinità del pantheon baniriano. Come si pregava Proskydromo? Come ci si rivolgeva a lui?
«Proskydromo, dio dei viaggi e dei cammini. Non per me ti chiedo aiuto, ma per il tuo fedele servo che ha smarrito la via per tornare da me. Se grande è il tuo potere, costruisci un ponte che lo riporti alla vita.»
Nulla accadde. Nel silenzio della stanza pregna degli effluvi della resina di betulla, Amario guardò il corpo ancora pallido e inerme del compagno di una vita.
Riprese. Pregò con parole che non sapeva di possedere. Ognuna un ponte disperato verso un dio che non aveva mai servito.
Per tutta la sera e tutta la notte pregò. Senza sosta e senza dormire.
Al sorgere del sole le nubi erano ancora un’unica distesa grigia sul cielo di Banir e lui era esausto.
Pianse.
Un fringuello si posò sul davanzale della finestra, cantò appena e volò via.
Amario si gettò sopra il corpo di Durco, il viso sul petto, il braccio destro a stringere il corpo bollente.
Pianse, finché una voce familiare prese a risuonargli nella testa.
Si alzò con stupore. Quella candela aveva ingannato un uomo grasso una volta, e forse ora stava ingannando lui. La voce non sconosciuta sembrava chiamarlo.
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«Durco! Durco, torna da me!»
Quando la candela si spense con un guizzo di fiamma e un ultimo soffio di fumo verdognolo, l’uomo steso sul letto si mosse e alzò la testa.
«Non hai smesso di sperare…» la voce era roca e debole.
«Durco, non parlare adesso.» Lacrime di gioia gli scorrevano sulle guance.
«Tu hai creduto. Hai pregato per me.»
«No, ti sbagli. Sai bene che non credo negli dei e non mi interessa granché se muori.» ma la sua voce tremava.
Durco sorrise, abbandonò di nuovo la testa sul cuscino e con un filo di voce disse solo: «La credenza…»

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